(non tanto) breve racconto triste

Devo dire due parole prima di lasciarvi al testo che segue, altrimenti leggendolo mi prendereste per matto.
Sono sicuramente un tipo un po’ sfortunato e forse sono anche un po’ “particolare”, per così dire, considerando anche questi tempi culturalmente bui: mi piace leggere, ma mi è sempre piaciuto ancor di più scrivere.

E’ una cosa che mi piace da sempre (diciamo da quando ero poco più che un adolescente), anche se purtroppo è un’attività che ho sempre potuto praticare con poca – pochissima – continuità (avessi tempo libero a disposizione…).

Però, nonostante la mancanza di disponibilità, ogni tanto ho steso alcuni testi per idee di spettacoli, di dialoghi, ma soprattutto ho buttato fuori alcune storie sotto forma di racconti, in particolare quando ho sentito il bisogno interiore di aprire una certa valvola di sfogo, un po’ come si farebbe con una pentola a pressione.
Questi testi sono tutti secretati nel mio PC, perché sostanzialmente non sono prodotti di fantasia, ma sono cronache che rievocano situazioni personali mie, di persone a me vicine o che comunque ritraggono il mio stato d’animo quando, mio malgrado, mi sono ritrovato in situazioni pesanti o surreali (lo erano talmente che così risultavano agli occhi altrui quando le raccontavo sotto forma di confidenze, immaginatevi a viverle in prima persona).
Ogni tanto mi prende così: quando ho un rospo da sputare e non arrivo a farlo col dialogo e le parole, venendo magari a mancare l’occasione di farlo, lascio che sia il testo a spurgarmi di tutto ciò che mi è rimasto ancora da dire; “mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo” diceva Guccini (uno dei miei cantautori preferiti) nella sua Cyrano (forse la canzone che più sento mia, visto quanto mi rispecchio nell’indole e nel carattere del protagonista che è anche il mio personaggio letterario/teatrale preferito).
Questo che segue è uno di quei casi di focus su situazioni paradossali/surreali dalle quali si esce diversi da come si è entrati, sicuramente rimanendo con un bel po’ di ferite, dubbi e cose irrisolte. È un racconto atipico: un po’ sfogo, un po’ grido di denuncia e delusione, un po’ musica, un po’ narrativa, un po’ psicologia, un po’ presa di coscienza, un po’ accozzaglia di parolacce e bestemmie a denti stretti con cui posso dare sfogo a tutta la mia coprolalìa repressa. Forse è il testo più introspettivo tra tutti quelli che ho scritto e magari è proprio per questo che ho deciso di farlo uscire, di “pubblicarlo”, naturalmente rendendo quanto più possibile anonimi luoghi, situazioni e riferimenti a persone. Il perché di questa scelta lo capirete se vorrete dedicarci un po’ del vostro tempo.

P.S. E’ lungo, lunghissimo (me ne sono reso conto solo alla fine), per questo l’ho rieditato dividendolo sommariamente in capitoli.

Buona lettura.


Capitolo 1 – Amici per la pelle

“She tore my feelings
like I had none
and ripped them away”

[“She hates me” – Puddle of Mudd – Come Clean, 2001]

Non voglio iniziare in uno dei classici e tediosi modi, infatti apro con un canzone. E così farò per ogni capitolo, estrapolando da ogni pezzo una strofa che ritengo adeguata alla situazione che voglio raccontare (la strofa, non necessariamente l’intera canzone con il suo significato complessivo, chiariamo) e con un titolo rimediato alla stessa maniera.
Con quattro sforbiciate nel testo, “She hates me” dei Puddle of Mudd si potrebbe riadattare dal contesto “amoroso” a quello di un’amicizia, sentimenti che poi tanto distanti tra di loro non sono. Sarebbe quasi precisa perché è veramente bello ed appagante quando capisci di non essere valso davvero nulla agli occhi di una persona su cui invece avevi riposto uno sproposito di affetto e con la quale avevi costruito un fortissimo legame in anni ed anni di frequentazioni, confidenze, esperienze e contatti tutti praticamente quotidiani. Una persona per la quale, proprio nell’ultimo periodo, mi ero rimboccato le maniche quando si era venuta a trovare immersa in un oceano di difficoltà ed era spaesata, nuda ed indifesa.
Lo feci in barba a tutto e a tutti, e pure alla logica dei “ma chi te lo fa fare?” che in più di uno mi avevano rivolto (anche amici in comune). Mi sarei fatto espiantare un rene pur di aiutarla, confortarla e sostenerla. Mi spesi per settimane – anzi, per mesi – rinunciando a gran parte del mio tempo libero, dei miei progetti ed investendo come se non ci fosse un domani un sacco di tempo, energie ed economie pur di aiutarla a tornare in piedi da quel sisma personale ed emotivo che l’aveva distrutta poco tempo prima. Non c’era stata nessuna forzatura: lo feci di cuore, lo dovevo solo a me stesso in nome di quell’amore fraterno che, mattone su mattone pazientemente messi da entrambe le parti nell’arco di tanti anni e ben cementati da un monte ore di tempo passato insieme da far invidia pure a mio fratello (quello vero, biologico), era cresciuto e si era consolidato. Insomma quel legame speciale che ci univa da tanti anni.
D’altronde io sono fatto così: se una persona a cui tengo fortemente non sta o non se la passa bene, non riesco a stare bene nemmeno io. Mi ci acòro di brutto, ci sto col pensiero, voglio fare qualcosa, non posso stare fermo a guardare.
Questa era una di quelle (poche) persone che io spassionatamente adoravo, una figura entrata nella mia vita da relativamente poco, 5-6 anni, ma con la quale tra le molte affinità che via e via erano emerse e la connessione mentale che avevamo piano piano scoperto, il tutto si era incanalato su un percorso così magico che mi sembrava di conoscerla da sempre. Di conseguenza il vederla superare la difficoltà e farla tornare col sorriso in bocca era la mia assoluta priorità, una cosa a cui tenevo esattamente come se fossi stato io il diretto interessato, come se l’avessi dovuto fare per me stesso.
Tutto bello, – si dirà – molto nobile, ma dove vuoi arrivare? Poi si è consolidato ancora di più il vostro rapporto? Sei stato apprezzato perché l’importanza reciproca che vi siete dati in questi anni l’hai manifestata tutta insieme, a secchiate, a container, e l’hai esercitata coi fatti e non con le chiacchiere (“la parole devono essere sempre supportate dai fatti” [cit.], disse qualcuno in tempi non sospetti…) facendo vedere che su di te poteva contare sempre e non solo negli attimi spensierati? Eh, magari.

In realtà andava bene anche il non ricevere nulla indietro, come d’altronde nulla era ciò che mi aspettavo, perché se si vuole bene a qualcuno si compiono gesti, si elargiscono favori e cortesie senza pensare a niente, senza alcun tipo di interesse di ritorno. Ciò che si fa per affetto non dovrebbe mai essere merce di scambio, né un’opera da dover rendere, tanto è vero che per me si poteva fare a meno pure dei “grazie”, parola della quale più di una volta avevo detto di non abusare e a cui rinunciavo volentieri perché non era né una fatica né un sacrificio essere d’aiuto e di conforto ad una persona a cui si tiene davvero. Era in realtà un piacere, un compimento dei buoni sentimenti che riservavo.
In effetti, il fatto che una persona a cui ero così legato si fosse rifugiata in me in quel periodaccio non era un aggravio, ma una cosa che mi inorgogliva. E pure parecchio.
Lo apprezzavo, significava che il nostro non era un rapporto blando e superficiale di quelli che ci si vede ogni tanto quando tutto va bene come ce ne sono a bizzeffe, ma era un legame vero e sincero esattamente come lo avevo desiderato, inteso, interpretato e voluto costruire io. Significava che ci fidavamo in maniera cieca, totale e assoluta l’uno dell’altro. Ecco, proprio per questo non volevo i “grazie”.
L’unica cosa che avrei auspicato (e che mai avrei messo in discussione, tanto la ritenevo scontata e naturale) era che una volta passato quel momentaccio (il prima possibile), tutto tornasse a posto nella sua vita, mentre tra di noi tutto rimanesse come sempre, portando avanti – anche vita natural durante, perché no? – quel rapporto fantastico, profondo, intenso e unico che avevamo creato.
La nostra non era un’amicizia così, en passant, di due che si vedono o sentono ogni tanto quando non hanno altro da fare o “quando se ne ricordano” come ce ne sono a dozzine, ma era un rapporto profondo che partiva da lontano, radicato nel profondo da anni in cui venivo cercato innumerevoli volte: “Sono al lavoro, passi?”“Ho da fare un po’ di giri, hai tempo di vedersi per un caffè?”“Sai che mi è successo a casa/lavoro/etc?” tanto più dopo il disastro “Usciamo?”, o ancor più frequentemente “Ti va di venire a cena da me stasera?”. In altrettante occasioni invece ero io che cercavo per gli stessi motivi e gli stessi pretesti anche solo per vedersi, per parlare, sfogarsi di qualcosa (o di “qualcuna” nel mio caso, mooolto più spesso), per chiedere consigli. Ogni scusa era sempre stata buona per incontrarsi una mezz’oretta e stare insieme.
Tirando le somme: una persona con la quale quel paio di volte a settimana mi vedevo stabilmente e, quando non ci vedevamo, con la quale i contatti erano comunque vivi praticamente tutti i giorni da anni, che sia stato per una cosa seria o per chiedere qualcosa, anche stupidaggini, cose frivole, per una battuta, per un commento su un fatto accaduto o di cronaca, oppure per aggiornarci su qualunque cosa della propria giornata o di ogni novità si prospettasse all’orizzonte della propria vita. Una sintonia totale.
Oltre a vedersi quel paio di volte d’emblée durante la settimana, c’era poi l’appuntamento non scritto (ma istituzionalizzato) del caffè e (numerosi) ammazzacaffè con annessi fiumi di chiacchiere del mercoledì sera. Era un rituale vedersi al bar di nostri amici, mica in locali fashion e strafighi, perché il senso era parlare noi due e il gusto era solo lo stare insieme tutta la sera. Questa era un’occasione talmente istituzionalizzata che se il mercoledì non era possibile vedersi a causa di impegni, viaggi, vacanze o altro, ci si accordava e la serata slittava (o si anticipava) ad altro giorno. Nell’arco degli anni questo appuntamento sarà salto sì e no una decina di volte.
Questo è il quadro di ciò che è sempre successo, poi a maggior ragione il nostro rapporto si è intensificato negli ultimi mesi dopo il disastro che si era verificato nella sua sfera privata, periodo durante il quale per ovvi motivi ci si è visti e sentiti con ancora più frequenza, assiduità e profondità.


Capitolo 2 – The dark side of the moon

“And when you wanted me I came to you
and when you wanted someone else I withdrew
and when you asked for light I set myself on fire
and if I go far away I know you’ll find another slave”
[“What you are” – Audioslave – omonimo, 2002]

Fin qui è chiaro? Ok. Poi cosa succede? Mentre passa il periodaccio (“la tempesta” come era stata definita), ecco che ad un certo punto in questo idillio il nostro rapporto muta. E lo fa in peggio, mica in meglio.
Dopo il periodo di ancor più assidua presenza e contatto, del mio essere disponibile e vicino, di quell’essere ricercato in maniera a tratti fin troppo morbosa rispetto al solito (ma le difficoltà, si sa, sono momenti di bisogno), da un giorno per l’altro mi si presenta davanti agli occhi un cambio di carattere, di modi e di comportamento tanto strano quanto inaspettato e immotivato.
Vedo un modo di interfacciarsi con me diametralmente opposto a quello che mi era stato riservato per anni e solo fino a qualche giorno prima e il tutto avviene senza che fosse accaduto nulla di rilevante né tanto meno di devastante tra di noi. Nessuna discussione, nessun litigio, nessuno sgarbo.
Succede che se mi faccio sentire io normalmente (“Ti va un caffè?” – “Domani mangiamo una pizza?” – “C’è questa cosa, ci andiamo?”) o non ottengo risposta, oppure vedo una titubanza e una negazione di sé forse non inequivocabile, ma che per chi come me conosceva bene i modi usuali della persona, lasciava trasparire un qualche tipo di remora, di disagio, di fastidio. E’ difficile da spiegare all’esterno, ma sembrava fossero stati improvvisamente chiusi, o quantomeno di molto freddati, i rapporti con me. Percepivo freddezza, la sensazione nemmeno troppo velata di essere in qualche modo evitato. Non mi arrivavano più notizie, inviti, contatti. Non c’era più quel piglio e quell’entusiasmo di cercarmi e nemmeno di assecondare il mio cercare, ma (quando arrivavano) sembravano più risposte del tipo “potrei ma non voglio/vorrei ma non posso”, mascherate da “lavoro fino alle 21, non so…”
E’ un esempio banale, ma se si contestualizza l’invito a cenare insieme quasi declinato con questa scusa dell’orario di lavoro (che storicamente era sempre stato lo stesso, anche le precedenti volte in cui invece ci eravamo visti e non era mai stata una difficoltà), risulta un po’ stonato.

Sembrava quasi venissero accampate scuse per non dire un “no” secco, quando ottenevo risposta. Altre volte, come dicevo, non la ottenni proprio. E la modalità fu proprio plateale.
Dopo aver fatto passare diversi giorni di “silenzio” in cui stranamente non ci eravamo sentiti, venni mosso da un normale desiderio di ripristinare una consuetudine e organizzare un’occasione per rivedersi.
Ad inizio settimana lanciai quindi l’invito a fare insieme un aperitivo/cena la domenica successiva in un posto in cui eravamo già stati qualche tempo prima e dove ci eravamo trovati bene. Nonostante rispondere con un semplice “Sì, va bene” o con un “Mi spiace, non posso, ho altri impegni” fosse una scelta abbastanza semplice e immediata, non venni proprio considerato e per tutto il tempo intercorso tra l’invito e la domenica in questione non ottenni risposta. Beh, direi che rispetto al “solito” c’è un cambio di passo palese, vero?
“Non saltiamo a facili isterie, ci deve essere per forza una spiegazione logica” – penso tra me e me – “magari è un periodo un po’ così”. Infatti, anche qualche tempo prima ai primi segnali di una situazione similare che si stava manifestando, chiesi se quel comportamento strano fosse dovuto a qualche particolare situazione sopraggiunta, qualche turbamento che si fosse manifestato, sperando che non fossero capitati altri casini. Mi venne risposto che in quei giorni, in seguito anche a quel periodo disastroso e di grossi cambiamenti, questa persona stava cercando di affrontare un periodo un po’ di solitudine per fare i conti con le difficoltà che si erano presentate ed imparare ad affrontare le situazioni in autonomia, per non diventare un peso per altri. Compresi il messaggio e la motivazione, ma mandai (benevolmente) a cagare, ricordando che su di me poteva sempre contare e che non con me non doveva farsi problemi. Dissi che quando voleva sapeva dove trovarmi e tutto si risolse in breve tempo, infatti un paio di giorni dopo ci rivedemmo.

Stavolta però questo periodo di “autoisolamento” lo percepii durare molto più a lungo e, soprattutto, non poteva essere paragonato al precedente per motivazione, poiché notai da stati e foto sui social che comparivano qua e là (oltre ad altre situazioni mi giungevano all’orecchio) che le uscite, la vita sociale e le frequentazioni con altre persone, alcune anche comparse all’improvviso dal nulla nell’ultimo periodo, nascevano e proseguivano eccome. Quindi quella volta il periodo di solitudine “forzata” non era credibile.
Nel particolare, proprio durante quei giorni in cui il mio invito era rimasto in sospeso senza risposta e senza contatti, mi comparì sotto gli occhi uno stato su Facebook in cui viene più o meno scritto pubblicamente che, in mezzo a questa “tempesta” [cit.] che aveva sconvolto la sua vita, si esprimeva profonda gratitudine ad un “Amico” (con la A maiuscola) che mette bella musica nei locali, persona nei riguardi della quale ci si sentiva “beati” ad averla intorno. Per carità, tutto bello, sono contento che senta il calore anche di nuovi amici, magari ciò potrà pure agevolare il suo percorso di recupero dopo la botta subita… ma in tutto questo, io che ero lì da anni, che negli ultimi mesi mi ero sorbito ore ed ore di piagnistei, centinaia di chilometri di spostamenti dentro e fuori regione per aiutare o per creare occasioni di distrazione utile a rimettersi piano piano in piedi, non dico di volere un monumento o pubbliche sviolinate (evitabili come i “grazie” di cui parlavo prima), ma potevo sommessamente e umilmente pretendere di venire minimamente considerato? Perché qui non solo io non venivo più cercato, non solo non ci si sentiva (privatamente, non pubblicamente) “beati” ad avermi vicino, ma che addirittura non riuscissi ad ottenere risposte quando mi prendevo la briga di cercare e organizzare qualcosa mi sembrava un tantinello eccessivo. Avevo una voglia spaventosa di commentare quel post dicendo queste cose. Alla fine decisi di tacere per quieto vivere, ma la cosa non mi era granché piaciuta. Anzi, lo ammetto: me l’ero presa.

Vedendo queste dicotomie la mia testa si era accesa come un minipimer (brutto segno: significa che comincio a notare qualcosa che non mi torna più) e cominciai a razionalizzare che la prima ipotesi era sbagliata. Non era un periodo di negazione e isolamento dovuto ad un periodo strano o di riflessione, di umore storto. Cominciò ad insinuarsi nella mia testa l’idea (con immenso dispiacere) che questi atteggiamenti di “distacco” non erano diffusi e generalizzati (quindi “normali”, se vogliamo), ma erano squisitamente selettivi nei miei confronti. Non si può di certo dire di voler stare da soli a qualcuno mentre si frequenta altra gente. Sarebbe chiaramente una balla.
Tizi come questo, che fino a poco prima erano degli sconosciuti mai frequentati, mai citati, mai esistiti, ora vengono trattati, adulati e ricercati come fossero amiconi inimmaginabili. Persone di cui io, per quanto fossi stato presente da anni, non avevo mai sentito parlare e che ora invece sono figure irrinunciabili e insostituibili. Il tutto mentre dall’altra parte rispetto a questo quadretto armonioso c’ero io: un povero scemo che, dopo essersi aperto il culo in quattro per mesi, pareva diventato un optional.

Ah, intendiamoci, mica uno pretende l’esclusività in amicizia. Però nemmeno di essere messo all’angolo e trattato come l’ultimo degli stronzi o come un elemento marginale e di contorno, specie se quando hai avuto bisogno sono stato il primo a essere ricercato, il primo che si è messo una mano sul cuore ed è corso subito, ovvero quello che  si è caricato la maggior parte del peso sulle spalle rispetto a chiunque altro. Se ti fai nuovi amici io sono contento, ma le persone si aggiungono ai propri giri, non si sostituiscono a quelli che già sono lì. Sempre che non ci sia un motivo più che grave per rimuoverli.


Capitolo 3 – Flash Forward

“Comodo ma, come dire, poca soddisfazione.
Conosco le abitudini, so i prezzi
io non voglio comperare né essere comprato”
[“Forma e sostanza” – C.S.I. – Tabula Rasa Elettrificata, 1997]

Fermiamoci a questo punto: per chiarire alcune cose che si riveleranno utili a capire il resto, ho bisogno di congelare il tempo e fare un salto in avanti di poco più di un mese.

Il modo di fare ancora persisteva e col passare del tempo si manifestava ancora più platealmente. Ovviamente con le altre persone di cui sopra tutto era normale. Contatti telefonici, social, uscite. Irrinunciabili e onnipresenti.
Con me, invece, le rare volte in cui ci si riusciva a beccare addirittura non erano affatto piacevoli. E’ ormai un mese che ci si riusciva a vedere molto raramente (un numero di volte che le dita di una mano bastavano ed avanzavano, quando di solito bastava una settimana o poco più per contabilizzarne altrettante), i contatti continuavano ad essere estremamente rarefatti e in quelle poche occasioni in cui si stava insieme le uniche cose che emergevano erano il silenzio o… il telefono. A tratti vengo trattato quasi da soprammobile (o bambola gonfiabile, scegliete voi).
Il problema alla fine non era il numero volte in cui ci si vedeva, non era la quantità di occasioni che si riuscivano ad inanellare, ma la qualità delle stesse: la mancanza di comunicazione, lo strano gelo che si era creato.
In questo paio di situazioni, la prima a cena fuori su mio (faticato) invito e la seconda in casa sua, passai entrambe le sere pressoché muto mentre si dedicava il tempo esclusivamente al telefono, ai social, a messaggiare, senza alzare la testa né parlare, nemmeno ci si volesse alienare dalla situazione.
Cazzo, aveva me davanti, quello che diceva considerare una delle persone più strette, quello che aveva riempito di parole e di situazioni per anni, mentre ora pare quasi trovarsi in compagnia di uno sconosciuto. Ogni contatto esterno era più importante e urgente di me, anche nel momento in cui ero proprio lì davanti di persona.
Vivevo una situazione paradossale: se mi facevo sentire per telefono passavo in secondo piano dopo le persone presenti fisicamente (e ci sta tutto), ma quando mi trovavo lì di persona, potevo almeno avere l’assurda pretesa di avere un po’ di considerazione? Perché in quel caso la priorità erano i contatti telefonici con altra gente? Ma che, davvero?

Ero talmente svuotato da ciò che ero considerato prima (il piacere della mia compagnia, l’essere ricercato, etc.), che non solo gli incontri erano diventati sporadici e difficoltosi da concordare, ma potrei dire fossero quasi umilianti a livello umano. Ero trattato come se la mia presenza e la mia compagnia fossero semplicemente un palliativo per non stare soli, come fossi una supplenza ad altre persone sicuramente considerate più gradite e con le quali si cercava continuamente un contatto. Pareva che la testa fosse da un’altra parte, ma che al momento fossi disponibile solo io e di quello bisognava accontentarsi. Veramente gratificante, non c’è che dire. E’ il sogno di chiunque l’essere trattato come dell’inutile ciarpame.

Piccola precisazione: non è che uno deve fare la primadonna, ma esiste anche una forma e una sostanza nei rapporti personali. Che uno una volta abbia altri pensieri e abbia da fare ci sta tutto, ma quando una situazione così va avanti da diverso tempo le carte cambiano. Se una persona mi chiama, mi cerca per vedersi oppure accetta un mio invito ad uscire, spero che significhi che abbia piacere a passare un po’ del suo tempo con me, che abbia comunque voglia di vedermi, di parlare, che abbia piacere ad avermi vicino, tanto più se so che è una persona che mi considera uno degli amici più stretti. Lo stesso vale per me. Se ricevo un invito o dico di sì di buon grado se ho piacere di vedere il mio interlocutore, oppure se deve essere un peso a declinare o inventare una scusa per divincolarsi è un attimo. Non ho mai amato il vedersi solo per circostanza, e lo stesso vale anche a parti invertite. Vedersi con qualcuno per avere un bambolotto inerme davanti, un cane da compagnia mentre fai dell’altro… anche no, grazie. A quel punto si può pure stare da soli che non è mica obbligatorio vedersi tanto per farlo, come fosse un contentino che stai elargendo.
Questo a mio parere è ancor più grave se avviene dopo un periodo di palese distacco che l’altra persona ha già avvertito e ti ha già fatto presente. Ma, davvero, che sono considerato? Un riempitivo? Un tappabuchi?
Insomma, il quadro è che il mondo in quel momento si era diviso in due parti: il prima e il dopo. Ma il prima e dopo che cosa? Qual era lo spartiacque?

Prima ero l’amico della vita, un pezzo de “còre” [cit.], coccolato, ricercato anche quando ci si trovava lontani, considerato una delle persone con le quali ci si apriva di più, quello che conosceva ogni lato caratteriale, gusti, ambizioni e propensioni capendole ancor prima che le situazioni di manifestassero, talvolta anche con paragoni che sarebbe un eufemismo definire imbarazzanti e scomodi (poi spiegherò questa frase sibillina), tanto erano profonde la conoscenza e le affinità. Io a mia volta ero un libro aperto perché per me era esattamente lo stesso, e ovviamente ricercavo, rendevo partecipe di quel che mi succedeva: novità, cose belle e brutte, gioie e problemi, situazioni lavorative, personali, familiari e sentimentali che siano state, con la certezza che quella persona era per me un punto cardine e che sarebbe stata lì come sempre ad ascoltarmi, consigliarmi, supportarmi (e sopportarmi), o anche a cazziarmi e dirmi che avevo sbagliato qualcosa, come già successo qualche volta in passato.

Adesso però sono un manichino, un pupazzo che si prende e si molla alla bisogna. Non c’è alcun riguardo, non traspare più alcun piacere nel vedermi e nel passare qualche minuto con me, ma anzi mi è riservata solo la freddezza, addirittura l’essere ignorato. Ma anzi, questo a tratti era un bene, perché quando invece palesavo questo mio disagio per risposta arrivavano delle parole che non erano mica così concilianti e di disponibilità al dialogo. Anzi, spesso erano pungenti e stizzite come se, più che voler chiarire un’incomprensione, veramente ci si stesse rivolgendo ad una persona d’intralcio, come se di colpo non fossi più “la persona più vicina che ho qua” [cit.], come se non fossi più la persona con cui si parlava pane al pane e vino al vino, ma fossi diventato, di botto e senza nemmeno il coraggio di dirmelo in faccia, un passante in mezzo alla folla anonimo e perdibile, una presenza vacua e dozzinale, un tizio X che si può avvicinare e allontanare a discrezione, nemmeno fossi uno di quegli spasimanti “mortidefica” che ultimamente le ronzavano intorno e da lei stessa definiti “inutili”.

Ecco, ho svelato l’arcano. Sto parlando di una ragazza, quella che – a torto – consideravo essere una sorella.

Onestamente (e mo’ FINALMENTE lo posso dire!), in quel periodo di cambi di carattere repentini ho avuto a più riprese la netta e sgradevolissima sensazione di essere trattato come uno di quei maschietti che non sono né carne né pesce di cui le ragazze spesso amano circondarsi; quelli a cui per un insensato gioco perverso danno e tolgono spago a loro piacimento; quelli che un momento vengono avvicinati e quello dopo allontanati e ignorati, che prima si adulano e si sbrodolano persino con raffronti con l’ex (ecco i paragoni scomodi di prima) e un secondo dopo vengono riallontanati così, per vezzo, a cazzo di cane, per sport, magari appena si conosce e si avvicina qualcun altro minimamente più interessante.

Mi è rimasta impressa quella sera in cui, dopo la prima volta da soprammobile a cena fuori di cui accennavo prima, lei mi invita a casa all’ultimo momento dopo aver terminato un incontro “lavorativo”. Io accettai di buon grado e nel giro di pochi minuti la raggiungo a casa, convinto che le cose fossero più o meno tornate alla normalità. Quando arrivai a casa sua lei era lì che mi stava aspettando fuori dalla porta. Appena mi avvicinai e salutai, lei mi saltò letteralmente addosso abbracciandomi e dicendo qualcosa tipo “Oddio, mi sei mancato!”.
Beh, un ottimo inizio, no? E poi? Poi mi fece passare tutta la serata su una sedia in giardino mentre lei dall’altro capo del tavolino passa la serata a parlare al telefono o a chattare su facebook con altre persone. E io muto. Oltre a questo, due giorni dopo mi sento dire (quando espongo i miei dubbi sui comportamenti) che se non ci sentiamo per un paio di giorni “mica cambiano le cose tra di noi”.
Ma… un attimo… Due/tre giorni non mi vedi e “oddio mi manchi”, e se non ci sentiamo per qualche giorno “non fa nulla, mica questo fa cambiare le cose tra di noi”? Ma che è? Sindrome bipolare, pazzia, o paraculaggine?

Insomma, ero in un casino indecifrabile. Non sapevo più cosa pensare e dall’altra parte non ricevevo indizi. Fosse stato un quiz televisivo a questo punto avrei chiesto l’aiuto da casa, del pubblico e pure il 50:50, tutti assieme. Mi sentivo davvero sbatacchiato in un tira e molla emotivo assurdo, vivevo alla giornata un rapporto di cui avevo l’errata presunzione di conoscere tutte le sfaccettature, che invece ogni giorno cambiava. Distante, normale, vicinissimo, lontano, nulla. Il tutto in maniera completamente aleatoria.
Ma qual era la logica? Io e lei siamo stati per anni culo e camicia – come disse un nostro amico, quello del solito bar, “eravate così perfetti, il modello dell’amicizia tra un uomo e una donna”  – e in un certo senso ognuno stampella dell’altro come due persone che naturalmente si sono beccate e si sono capite subito al volo, che col tempo erano diventate così legate che non c’era cosa della sua sfera privata che io non sapessi e che viceversa lei non sapesse di me. Tra di noi non c’erano mai stati segreti, mentre adesso però io non la riconoscevo più. Mi pareva una ragazza qualunque che si prendeva gioco di un gonzo.

***Fine del salto in avanti. Torniamo a noi.***


Capitolo 4 – Le mie (vecchie, ma adorate) Adidas Dragon

This time I’ve lost my own return
in spite of everything I’ve learned
I hid my tracks, spit out all my air
slipped into cracks
stripped of all my cares”

[“I’m so tired” – Fugazi – Instrument soundtrack, 1999]

I suoi comportamenti saltavano subito all’occhio e mi davano da pensare parecchio soprattutto perché si erano verificati subito dopo il periodo nel quale ero ricercato tutto il giorno tutti i giorni, dalla sveglia del mattino e sino a tarda notte, al telefono o di persona (se c’erano dei buchi nei contatti era perché eravamo insieme) e sempre informato di qualunque cosa 24 ore su 24, anche quelle di poco conto (ad esempio quegli audio tipo “che fai? Io sto andando a cena da un’amica, sono fuori casa sua”… roba più adatta ad altro tipo di situazioni probabilmente) come se fossi l’unica àncora di salvataggio affidabile in mezzo ad un naufragio in cui erano spariti anche altri riferimenti (cioè altre amicizie, anche di più lungo corso), alle quali erano state rivolte numerose punzecchiature perché addirittura accusati di non essersi interessati o di essersi tirati indietro in tutto il periodo del bisogno senza farsi sentire per uscire e offrire almeno la distrazione di una serata a lei che, dopo aver visto terminare malamente una lunga convivenza di diversi anni, era a pezzi e doveva ricostruirsi la vita da capo. Di non aver potuto contare su di loro, insomma. Però c’è una differenza: loro, “gli stronzi”, oggi sono ancora lì, invece io sono stato defenestrato.

Se il nostro rapporto fosse stato quantificabile numericamente in una scala da 1 (livello: “Chi cazzo sei!?”) a 100 (Livello forse raggiungibile solo dall’amore della vita per cui ti potresti scorticare vivo), diciamo che il nostro normalmente sarebbe assestato classificabile intorno ad un ipotetico 80. Negli ultimi mesi, invece, questo valore era schizzato a quote ben più alte. Si capisce bene che non poteva di certo rimanere così per sempre (sarebbe pure stato un bel problema, una specie di rapporto totalizzante che “è ma non è”, di quelli che impediscono l’instaurazione di altri legami… chiaro?), ed era ovvio mettere in preventivo che prima o poi tutto si sarebbe riassestato al livello “normale” di prima. Anzi, probabilmente sarebbe sceso anche un po’ per spurgare quella “overdose” di attenzioni e contatti dei mesi precedenti che non poteva certo durare per sempre. Diciamo che l’ipotesi di riferimento sarebbe stato un 65/70, per poi magari tornare alla normalità del classico “80” iniziale  nel giro di qualche tempo. Mai e poi mai avrei mai scommesso un centesimo che il tutto invece sarebbe potuto andare direttamente sottozero senza appello.

Infatti ora, dopo la parentesi assidua, ci eravamo ritrovati nel nulla. Il nostro rapporto era imploso come se si fosse persa la confidenza creata in anni e anni di trasparenza e coerenza, ci si vedeva col contagocce e con fatica come se, piuttosto che essere una certezza, mi fossi tramutato in un nemico da combattere, da tenere distante e all’oscuro di cosa stesse succedendo e di come stesse evolvendo la sua vita della quale fino al giorno prima ero coprotagonista.

Alla fine la mia idea me l’ero pure fatta e mi ronzava in mente uno di quei dubbi agghiaccianti che non si dovrebbero mai avere nei riguardi di una persona così vicina perché significherebbe dubitarne nel profondo, ma dopo un po’ non si può più far finta di non vedere.
I pensieri erano più o meno questi: si erano conosciute nuove persone che erano diventati i nuovi soggetti totalizzanti ed io venivo fatto sparire come se fossi stato un fermaposto temporaneo, come se avessi inconsapevolmente abdicato al mio ruolo o fossi una persona che in quel momento storico non serviva più a nulla. Spodestato e sostituito da altre persone magari più interessanti che avevano assunto il mio ruolo.

Ciò si manifestava così: non essere più cercato, non essere più coinvolto in attività anche banali come vedersi per un caffè o andare a cena insieme come sempre fatto fino a poche settimane prima, andare da qualche parte a bere una birra e vedere una partita in TV (tifiamo la stessa squadra), eventi che, a suon di inviti declinati, ho avuto modo di vedere fossero diventati prerogativa esclusiva di altre persone con le quali venivano colte le occasioni. C’era una sorta di abiura nei miei confronti.
Sembravo diventato un inutile accessorio, un oggetto vecchio e logoro dismesso senza remore di fronte ad una sfolgorante novità; ero ormai equiparato ad un paio di scarpe brutte e vecchie, scarpe che sicuramente non saranno state le migliori del mondo, ma alle quali non viene più riconosciuto nemmeno un valore affettivo e la comodità di essersi adattate alla forma del piede dopo tanti anni, ma anzi portate in discarica senza battere ciglio. E’ un paragone del cazzo questo, lo so, ma mi sono venute in mente le mie vecchie Adidas Dragon con qualche migliaio di chilometri sulle spalle. Rovinate, semidistrutte, suola liscissima e consumatissima, non le mettevo ormai più per ovvie ragioni estetiche. Rimasero però un paio d’anni nell’armadio prima di gettarle: anche se ormai brutte e vergognose ci stavo troppo comodo ed erano state un regalo che si portava troppi ricordi di vissuto con sé per disfarmene con troppa leggerezza.

Io non sono una scarpa, è ovvio, ma qui parevo effettivamente diventato un oggetto. Oggetto con cui quella leggerezza c’era stata. Ci si era staccati da me come se fossi la peggiore delle persone possibili. Il tutto senza aver fatto nulla, o almeno nulla che mi fosse stato imputato. Lo dico perché la prima cosa che ho fatto è stata farmi un esame di coscienza. Analisi rivelatasi inutile e quindi, la sera prima del famoso invito della domenica, sfociato a vie dirette chiedendo più o meno “Ma ti ho fatto qualcosa che è quasi una settimana non mi rispondi nemmeno e pare che non mi parli e cerchi più? Ti ho forse deluso, fatto arrabbiare o ferito in qualche modo?” senza però avere nessuna risposta articolata, ma solo dei per nulla convincenti “No, niente… chi è che non ti parla? Ti pare?”. Eppure la somma degli addendi tra tutto il vissuto e la situazione attuale non dava più lo stesso totale. E la risposta continuava a non arrivare.

E allora io che faccio? O qui ho a che fare con una pazza che nemmeno si rende conto di come tratta le persone che ha intorno, oppure c’è un problema di altra natura che non so.
Diavolo, è palese che c’è qualcosa che non va, 1+1 ha sempre fatto 2, ma ora il risultato è platealmente diverso.

Che fine aveva fatto quella persona che, fino a poco tempo prima, era presente ed elargiva mille cure e attenzioni nei miei confronti in maniera speculare a come io ne riservavo a lei?
Che fine aveva fatto quella persona che, poco tempo prima (prendendo ad esempio quella volta in cui ci spostammo da uno stesso luogo all’altro con due auto diverse) si allarmò non vedendomi comparire entro pochi minuti (5 minuti, non di più) dal suo arrivo a destinazione e, dopo aver provato a chiamarmi al telefono (che non sentii perché ero sceso dall’auto dimenticando il cellulare dentro e proprio a causa di quella breve sosta ritardai quei 5 minuti), contattò un mio caro amico quasi a denunciare la mia scomparsa in tono angosciato come se pensasse che mi fosse successo qualcosa?
Che fine aveva fatto quella persona che, poco tempo prima, quando io ebbi un brutto incidente stradale in cui distrussi l’auto a notte fonda e la informai al telefono aggiungendolo alla risposta di un suo messaggio, benché fosse tardissimo mi chiese angosciata dove fossi, chiudendo poi il telefono in fretta e furia fiondandosi fuori da casa e fino al luogo in cui mi trovavo per rassicurarsi di persona che stessi bene, stringendomi, abbracciandomi, e al contempo chiedendomi di ritornare a casa insieme a lei, nonostante sul posto fossero già sorpaggiunti i miei familiari?
Com’era possibile che tutto questo sia di colpo cambiato e nel giro di poche settimane io sia diventato un reietto, un qualcuno di assolutamente perdibile e inutile?

Avevo un misto di dubbi e angosce, di quelle che non me le potevo arpone, perché ovviamente soffrivo il distacco e la palese presa di distanze di una persona che era stata così presente per anni ed era diventata così importante e centrale per me, mi pareva di essere ad un passo dal perderla senza sapere nemmeno il perché.

La domenica pomeriggio, pochissime ore prima di quell’aperitivo ormai saltato per mancanza di risposta, lei mi disse se quella stessa sera volevamo vederci per prendere un caffè. Ma…. mi sta forse prendendo in giro in maniera così grossolana? Questo è il modo di fare di chi si sta tenendo buona un’ipotesi perché avrebbe altro da fare ma poi, vedendo sfumare l’altra eventualità, cerca un ripiego. Colsi comunque l’occasione che mi si stava prospettando di vedersi a stretto giro per poter dire le cose come stavano, o quantomeno come mi si erano palesate e tentare di avere un chiarimento. La cosa cominciava a darmi veramente, veramente, VERAMENTE fastidio. Se ci sono problemi io tendenzialmente tento sempre di parlare per risolvere e in genere lo faccio subito approfittando delle situazioni, senza aspettare o dare il tempo alle situazioni di montare e peggiorare. Poi la mia voglia di parlare è proporzionale a quanto mi importa della persona, e qui di voglia ne avevo davvero parecchia, quindi presi la palla al balzo e approfittai di questo incontro. Avevo però sottovalutato una cosa: quando si parla bisogna essere schietti e farlo apertamente entrambi, altrimenti si crea un problema ancora più grande: il dialogo diventa monologo e non serve a nessuno.


Capitolo 5 – «Sei davvero importante, anzi no…»

Watching her,
the things she said,
the times she cried,
too frail to wake this time.”

[“Ceremony” – Joy Division/New Order , 1981]

Quella sera ci vedemmo. Con un bel po’ di sforzo (essere “moderatamente” duri con chi ti vuoi tenere vicino non è mai troppo semplice) e cercando di pesare le parole nella mia testa pensando diverse volte su quali usare e quali no, tenendo a bada l’impeto prima di dirle anche approfittando di qualche attimo di silenzio che mi ero creato prima di aprire bocca, sputai tutto quanto senza peli sulla lingua. Un po’ di seghe mentali, è vero, ma ho sempre apprezzato particolarmente le persone che nei momenti importanti sanno scegliere con cura le parole da non dire e io non volevo essere da meno.
A metà tra l’iroso e il dubbioso, mi decisi e partii col discorso. Dissi che se per un qualunque motivo nella testa di una persona non c’era più voglia di vedere, frequentare, sentire o averne vicino un’altra preferendogli di gran lunga altre compagnie, bastava dirlo senza nascondersi dietro ad un dito e senza doppi giochi o reticenze. In fondo non ci sarebbe stato niente di male se questo fosse accaduto.
Aggiunsi però che in tutto questo andava evitato di dimostrare opportunismo, di tergiversare e far nascere malumori. Di non dare l’impressione di essere cercati solo al momento del bisogno come un oggetto che si riprende in mano all’occorrenza e che poi, una volta terminata l’utilità, viene riposto su uno scaffale. Oggetto del quale ci si ricorderà solo quando se se ne avrà di nuovo bisogno. Insomma, che il pacchetto, se si voleva, si doveva prendere completo. Che io funziono così: o gioie e dolori oppure niente.
Non mi si può cercare al bisogno per poi uscire, vedersi e andare a divertirsi solo con altri, relegandomi al ruolo del buon samaritano tanto vicino e sempre disponibile a dare una mano. Mi sarebbe andato bene quasi tutto, ma sicuramente non il diventare un imbecille da cui attingere quando si ha sete e che non esiste nel resto del tempo libero: insomma dissi che mi stavo iniziando a sentire usato e non apprezzato.
Eravamo altro da troppo tempo, mica due sconosciuti, e non avere la cortesia almeno di essere chiari sarebbe stato oggettivamente orribile: meglio dirsi le cose in faccia, che poi ci si potrà pure rimanere male e potrà pure dispiacere parecchio, ma se non si è proprio stupidi si capirà che non ha senso portarsi in giro o incancrenirsi con rapporti tirati avanti solo per abitudine. In pratica dissi che avevo bisogno di chiarimenti abbastanza convincenti su quale fosse davvero il mio ruolo per lei, ultimamente parecchio border-line (nel senso psicologico del termine dato che a quanto pare oscillavo tra la semi-idolatria e la svalutazione più totale).

Io mi aspettavo una risposta, di qualunque tipo essa potesse essere, ma non mi aspettavo di certo quello che stava per succedere.
Capo chino, uno “scusa…” bisbigliato con un filo di voce mentre si metteva le mani viso. Poi un’esplosione di lacrime. Lacrime durante le quali vennero mormorate singhiozzando richieste di perdono e anche frasi forti come “non devi pensare questo, tu non sai quanto sei importante per me” [cit.].
Parole in realtà bellissime. Io, colpito dritto al cuore dalla reazione esagerata ed inaspettata, soprassedei e lasciai cadere tutte le mie intenzioni bellicose. Lei mi abbracciò continuando a piangere. Cambiando voce io perdonai, vergognandomi come un ladro per come mi ero rivolto prima, pensando “sono un cretino”.
Solo qualche tempo dopo capii che cretino lo fui davvero perché probabilmente avevo fatto centro come non mai e affondato tutti gli incrociatore, la portaerei e i cacciatorpedinieri al primo colpo.

Infatti nei giorni immediatamente successivi si ristabilì un contatto “vecchio stile” e ci si vide anche una volta a cena in cui in realtà si fece quasi mattina a parlare in casa. Tutto sembrava riprendere una via normale, poi le parole tornano nuovamente ad essere smentite dai fatti. Torna di nuovo il gelo, la sparizione, il distacco. Il tutto durò fino a quando, come si sa, in questo mondo continua sempre a piovere sul bagnato, ovvero le capitò un’altra sciagura molto pesante in famiglia per la quale io corsi subito da lei e mi resi nuovamente disponibile a mettere una toppa (nei limiti del mio possibile) non appena ne venni informato. Le feci il piccolo-grande favore di portarla in quattro e quattr’otto a prendere un aereo a Roma visto che una sua amica (una quelle da tenersi strette…), che si era offerta immeditamente di darle lei un passaggio, non aveva in realtà capito un benemerito cazzo di quel che doveva fare e la bidonò a poche ore dalla partenza.

Questo evento porta ad un paio di settimane di lontananza fisica, giorni in cui cerco di avere un pensiero, una premura, un interesse per far capire che anche se tutto continuava ad andare dannatamente male, io con lei c’ero. Cercai di chiamarla un paio di volte senza ottenere risposta, al ché mandai qualche messaggio per avere rassicurazioni su come stesse evolvendo quella difficile situazione.
Addirittura questo mio interessarmi (“Come stai? Non ti fai sentire… Sono un po’ in pensiero per te. Fammi sapere…”) tempo dopo mi verrà addirittura rinfacciato come se non mi fossi dovuto permettere (e un’altra mezza dozzina di rinfacci di questo tipo), in barba a tutto quello che è stato nelle parole e nei modi negli anni precedenti.

Alla faccia delle lacrime, dell’importanza, del non dover pensare certe cose, del raccomandarti a me quando sei circondata da sòle viventi. Non ci capivo più niente. Ero fermo a quel pianto disperato a cui io avevo creduto. Lacrime di coccodrillo evidentemente. Riemergono il distacco e il fastidio che avevo notato e il mostro dell’angoscia mi divora di nuovo.

Scusate, ma io purtroppo sono un imbecille e ragiono in maniera piuttosto semplice. Se con le persone a cui tengo le cose vanno, ok – è pacifico e nemmeno sto a discutere – ma se emergono problemi le soluzioni sono due: o ci si adopera per identificarli e risolverli, oppure, se i problemi non si vogliono identificare o si conoscono ma si ritengono insormontabili o non degni di soluzione, se ne prende atto e si smette di sopportarsi, salutandosi definitivamente. Il peso di entrambe le opzioni è ovviamente suscettibile dal livello d’importanza che si dà alla persona.

Il mio livello era che io stravedevo per lei, era una delle persone che più mi era arrivata vicino e avrei parlato per 2 secoli pur di chiarirmi, ma a quanto pare ero l’unico a pensarla in questa maniera.
Se le cose per lei non stavano così invece, non era di certo obbligata ad agire controvoglia, ma magari il dirlo chiaramente sarebbe un segnale di cura e di rispetto nei riguardi della mia persona. Io non posso né voglio chiedere elemosine. Chiudere rapporti così intensi e lunghi non è mai bello né facile e magari ci si rovinerà pure il fegato, ma parlando chiaro ci si saprà dare una giustificazione che, con l’aiuto di un po’ di tempo e vivendo parecchia tristezza nel mentre, alla fine porterà a superare il tutto e farsene una ragione.

D’altro canto non avevamo mica firmato contratti, non eravamo nulla più che due splendidi amici (amichetti del cuore, avremmo detto da bambini), ovvero due persone che avevano percorso insieme un importante e bellissimo frangente di vita, la cui lunghezza però stava a noi essere decisa. Non c’erano mai state altre complicazioni (aldilà dei pensieri errati che in più di uno hanno avuto nei nostri confronti, cosa che ho scoperto poi…) e tra di noi dovevano esserci anche in quel momento, come c’erano sempre state, la massima trasparenza e libertà di parlarsi chiaro e anche di mandarci a fare in culo, qualora ce ne fosse stato bisogno. Perciò, se le cose fossero cambiate e questo piacere di stare vicini e camminare insieme non ci fosse stato più, bastava dirselo. Bastava parlarsi chiaramente, senza convertire un gigantesco patrimonio investito in anni ed anni in un qualcosa di vago e indefinito.
I legami a senso unico non funzionano mai, mica si può essere i soli a voler remare in una certa direzione in un rapporto a due: o si ha l’obiettivo di andare dalla stessa parte e si voga insieme, oppure si chiude, visto che remare in direzioni opposte non fa spostare la barca e non porta da nessuna parte, ma è solo fatica sprecata per entrambi (che poi io non capivo nemmeno se su questa barca lei ci fosse ancora o fossi rimasto da solo).

Con queste carte in tavola io mi eclissai di risposta, visto che non volevo di certo risultare più invadente ed inopportuno di quanto evidentemente ero considerato.
Al suo ritorno, in un paio di settimane ci si vede quel paio di volte di cui accennavo all’inizio, quelle in cui alla fine ho vestito i mesti panni del soprammobile.
A quel punto decido che per me basta così, d’altronde io per scemo non ho mai adorato passare. Nonostante la mia disponibilità e il desiderio di non voler caricare di ulteriori tensioni questa situazione, decido che è ora di darci un taglio: un minimo di dignità l’avevo conservata e, nonostante fossi a pezzi, mi posi l’obiettivo di parlare per l’ultima volta in maniera secca, chiara, definitiva.

Essere trattato in questa maniera superficiale e opportunista non è la cosa che sognavo da bambino. Tradotto: tutta l’intensità degli anni precedenti e i pesi che mi sono dovuto sobbarcare in quei mesi così gonfi di disponibilità ora stridono davvero troppo con questo modo di fare dell’ultimo periodo. Quindi o mi si dice una volta per tutte la natura del problema ignoto che ci ritroviamo ad affrontare, oppure io ormai sono lì-lì per prendere una strada diversa perché la situazione sta prendendo pieghe assurde e mai avute prima: non ci si vede, non ci si sente se non per richieste di favori, le poche volte in cui entriamo in contatto non si parla e vengo ignorato nella migliore delle ipotesi. Oppure si discute e si litiga. Così è un logoramento continuo, non un piacere.
Voglio capire che cosa è successo, sono certo che c’è un problema che mi riguarda. E’ senza dubbio il caso di parlare chiaramente per evitare che il tutto si trasformi completamente in un rapporto di comodo, un rapporto ipocrita spacciato come di forte vicinanza, ma che in realtà ormai è di estrema distanza. Dirò quel che penso: c’è qualcosa che non va tra di noi, questo rapporto si è imbastardito in maniera assurda e inimmaginabile, come se a un certo punto nei miei confronti si fosse innescato una sorta di tira e molla. A tratti ero la vita, per il resto uno sconosciuto.

Se è davvero come si diceva un mese prima (quella volta delle lacrime), quando paleserò le mie intenzioni qualcuno mi fermerà, mi darà una spiegazione a questa altalena che ha innescato, a questa sensazione che mi era stata provocata da ormai troppo tempo di essere cercato a momenti e poi essere quasi snobbato. D’altronde io speravo di essere nel torto e che tutto si sgonfiasse come se fosse solo frutto di una mia suggestione amplificata da coincidenze, da malintesi. Invece, cercando di organizzare questo incontro chiarificatore, mi trovai ancora una volta a combattere contro i mulini a vento, confrontandomi con una persona abbottonatissima e che non mi volle dare alcuna versione logica e plausibile, non manifestando alcuna presa di coscienza riguardo ai suoi inusitati atteggiamenti.

La discussione avvenne per via scritta, ma lei mi chiese di parlarne di persona per capire le intenzioni dei miei toni. Niente di meglio. Acconsentii, visto che volevo chiarire al più presto. Ciò non avvenne subito, ma passarono diversi giorni (di nuovo di sparizione e silenzio) in cui alla fine fui ancora io a punzecchiare “Ma non dovevamo vederci per parlare? Qua ormai è ne passato di tempo. Più che voglia di chiarire mi pare che qui si voglia lasciare tutto così com’è, tenendoci il broncio.”
Di fronte a quell’incalzare, smuovo qualcosa e finalmente ci accordiamo. L’appuntamento viene concordato da lì a qualche ulteriore giorno, compatibilmente coi suoi impegni.

Quella sera non fu una chiacchierata, ma una resa dei conti (dalle 21 alle 1 di notte, una durata che nemmeno un interrogatorio al pool antimafia) e davvero crollò il castello.

Aldilà della difficoltà che si palesarono nel trovare un accordo per incontrarsi (erano ormai passati 10 giorni dalla discussione, roba che già fa capire molto, visto che se uno davvero vuole chiarire un problema con una persona 10 minuti per farlo li riesce a ritagliare anche il giorno dopo, ma evidentemente chiedevo troppo), devo dire che partimmo subito male. Dopo aver ricevuto (pronti-via!) un attacco frontale subito dopo esserci salutati, rispondo con delle scuse (sì, io… il leso che si scusa, vabbè, poi sarei il “cattivo”…) al fine di mantenere un tono conciliante.
Dopo i primi insulti di rito, comunque, spiegai un po’ le mie ragioni e ripresentai l’annosa domanda del “che fine hai fatto?” che ormai era un marchio di fabbrica da un paio di mesi. Partì di risposta una sequela di impegni/imprevisti/piccole sciagure e quant’altro utili a giustificare l’assenza di tempo e di possibilità, tra cui un problema all’auto che “l’altro giorno ero in macchina con (l’amicone dj) e anche lui si è accorto che c’era qualche problema”. E lì mi dissi: fermo un attimo… la toppa che sta mettendo è peggio del danno. Mi sta dicendo che se non si fa vedere e sentire è perché non ha tempo e modo, ma che in realtà (mannaggia la miseria!) vorrebbe tanto, fato crudele, ma al contempo ammette implicitamente che il modo di vedersi e uscire con altra gente continua ad esserci? Annoto mentalmente e sto zitto, come farebbe un buon giocatore di poker.
Minuto dopo minuto le cose continuarono a piacermi sempre meno e le cazzate ad aumentare sempre più: decisi di andare a vedere dove sarebbe andata a parare, d’altronde sono sempre stato bravino da incanalare le discussioni dove voglio io.

Ricostruii un po’ quel che era successo dividendo il tempo in tre parti.
Per prima, parlai degli anni precedenti con tutte le situazioni vissute normalmente: il vedersi, il cercarsi etc. Le chiesi di darmi conferma o di correggermi se avessi detto qualcosa di non vero. Mi confermò che non stavo sbagliando.
Per seconda, parlai degli ultimi mesi (dal “trauma” che le era successo e fino a qualche settimana prima con tutte le situazioni accentuate dal suo bisogno), del nostro rapporto più stretto e tutto il resto, sottolineando quante vole mi cercò, mi invitò e si fece sentire lei, e anche di quante volte la cercai io. Mi confermò ancora che continuavo a non sbagliare.
Arrivai alla terza parte. Forte delle due conferme precedenti (l’avevo detto che il discorso lo costruisco come voglio io…), parlai degli ultimi 2 mesi ribaltando l’ordine degli addendi. Parlai prima di me, di come mi ero comportato, chiesi se l’avessi sempre cercata, aiutata, supportata, etc. insomma se il mio modo di essere fosse esattamente come al solito. Mi confermò che il mio comportamento era stato normale e costante come sempre. Poi parlai di lei e sottolineai il suo essere sfuggente e silenzosa nei miei confronti, senza inviti, senza contatti, senza niente di niente. Lì le conferme non arrivarono più e cominciarono a latitare le risposte. Davanti all’evidenza che le avevo mostrato per sua stessa implicita ammissione, me ne uscii con la frase “[nome], ora mi spieghi tra me e te che cazzo è cambiato nell’ultimo periodo?” ripetuta ad ogni tentativo di ricordare quanto fosse diverso e migliore il nostro rapporto tra i primi due esempi ed il terzo. Quella fu l’unica domanda di quella sera, riproposta tante volte e che per tante volte è sempre rimasta senza risposta: solo tergiversamenti e silenzi. All’orizzonte non c’è nessun desiderio di ritorno alla normalità, anzi, lei si lavò la coscienza dicendo che non mi doveva dare giustificazioni, che ero io ad avere un problema, che avevo delle presunte “aspettative”, che facevo pesare le cose.

Alla faccia… le ero stato vicino nei momentacci, nonostante non mi paia di aver fatto nulla di male mi ha di fatto trasformato in un fantasma, le chiedo un chiarimento e una rassicurazione e anziché ricevere una risposta ricevo solo altre accuse e altre risposte stizzite per un mese e mezzo? E in tutto questo l’orco ero io che avevo solo manifestato la volontà di capirci qualcosa? Mah!

Notai però che era emersa la classica aggressività/elusività che si manifesta nelle persone quando colpisci il nervo scoperto e ti incunei nella contraddizione nella quale stanno strisciando. L’avevo messa un po’ con le spalle al muro e le avevo fatto capire che io ero ben conscio del fatto che c’era qualcosa di strano e non mi stessi inventando nulla.


Capitolo 6 – Direbbe Bukowski: Confessioni di un(a) codard(a).

Words and expressions
all these confessions
of where we stand
of how I see you and you see me,
dedications of symmetry.
Promises. Words.”

[“Promises” – Fugazi – Margin walker, 1989]

Alla fine di quella serata di discussioni, dopo ore, crollai pure io che fino a quel momento avevo cercato di rianimare il morto in tutti i modi umanamente contemplabili. La discussione si stava chiudendo ormai senza esito, il muro di gomma mi stava rimbalzando.

Sfavatissimo, dopo mesi di latitanza e sopportazione, meditavo su come dire qualcosa tipo “è stato tutto molto bello, ma se adesso bisogna sopportarci, mentire e rinfacciarci tutto in questa maniera per me è davvero il capolinea, ti saluto” pensando a come farlo senza essere troppo crudo per i nervi che avevo a fior di pelle, quando ecco che, in mezzo ad una parentesi di silenzio, arriva l’unica cosa che ricalcava la falsa riga di quel bel rapporto di confidenza stretta e sincera a cui ero abituato, cioè quando mi sento dire: “Senti… ti devo fare una confessione…”“Dimmi”, ribatto io – “E’ da un po’ di tempo che mi sento con uno e sabato ci esco…”

Li per lì, assorto nei miei pensieri tetrissimi, nemmeno pesai più di tanto la frase, che liquidai sommariamente con qualcosa che mi uscì naturalmente mentre avevo il cervello altrove, del tipo “Bene! Sono contento per te!”. Subito dopo aver proferito quelle parole, però, ripenso alle sue, le uniche “normali” che mi siano state dette nell’arco dell’intera serata e che non siano state un rinfaccio o un’accusa. Che c’entrava con la nostra discussione? E perché me lo sta dicendo in quel modo?
Un po’ li conosco i miei polli: quelle parole me le ha dette in maniera trafelata, con un po’ di imbarazzo e precedute dalla parola “confessione”. Le confessioni vengono fatte da chi si costituisce, da chi sa di aver omesso o nascosto coscientemente qualcosa a qualcun altro.
Oltre al modo poi, se non ci fosse stato (come sosteneva) alcun tipo di problema con me, perché me lo aveva detto solo ora, dopo settimane di palese distacco? Perché non aveva interrotto quella escalation di tensioni che si perpetrava ormai da troppo tempo con un “guarda, è qualche giorno che mi sento con un tipo, magari questo periodo ci si sentirà e vedrà un po’ di meno” quando io le chiedevo “che fine hai fatto che non ti fai più sentire?”. Non sarebbe stato tutto più pacifico all’istante?

Che cosa ci sarebbe stato di male o di così strano nel farlo? Perché invece aveva evitato qualunque forma di chiarezza? Perché non era una delle cose da poter dire e raccontare a caldo, ovvero da quel “po’ di tempo” di cui mi parlava, periodo in cui invece mi aveva tenuto all’oscuro di tutto ed era sfuggente, schiva, misteriosa? Voglio dire, alla fine non è che fosse mancata occasione di poterlo fare: avevamo comunque avuto occasione di passare qualche ora insieme, seppur non frequentemente come un tempo e con qualche fatica per riuscirci.
Non si poteva dire in quelle famose serate di silenzio (quelle con trattamento da soprammobile) invece che rimanere per ore alienati nel suo mondo tra silenzio e telefono senza guardare in faccia chi hai davanti? Ma, io mi domando, non sarebbe stata la normalità raccontare una novità così ad un amico appena questa salta fuori, se davvero lo si considera così fraterno? Cos’era, una cosa che non mi doveva/poteva dire? Era questo tipo il “vorrei ma non posso” o il “potrei ma non voglio”? E perchè semmai? Era forse una vergogna indicibile nominarlo? Una cosa che, per caso, pensava mi avrebbe offeso?

Per me quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso colmo ormai da troppo tempo. Nessuno ormai mi poteva togliere dalla testa che il tutto fosse collegato e che avesse tenuto a questo punto in maniera cosciente quei comportamenti nei miei confronti.
Non sono di certo uno che brilla per bellezza, ma ho altre qualità. Due di queste sono che le cose le so mettere insieme e ho una memoria che elefanti scansatevi. Negli istanti successivi alla “confessione”, infatti, mentre sfornavo ipotesi una dietro all’altra che nemmeno in catena di montaggio, mi tornò in mente una cosa: diverse settimane prima, parlando di cose quotidiane come eravamo (ancora) soliti fare, mi disse che nel mese di giugno sarebbe andata ad un concerto di una band (sfigata) che si sarebbe tenuto a fine giugno al lago Trasimeno. Subito dopo aggiunse che sarebbe andata anche ad un altro concerto che si sarebbe tenuto in estate inoltrata durante un festival che si tiene nella nostra città. A riguardo del secondo disse che sarebbe andata con il suo nuovo “Amicone dj”, del primo invece non proferì ulteriore parola né specificazione.
Su queste informazioni (di una futilità assoluta) non tornai più, in primis perché ovviamente non avevo interesse ad indagare, poi perché nel periodo successivo andò ad accentuarsi sempre più il famoso distacco e silenzio.
Oltre a questo, l’incontro in cui ci trovavamo in quel momento era stato organizzato mettendomi dei paletti del tipo “i turni miei al lavoro sono questi, poi sabato e domenica non ci sono tutto giorno”.

Mettiamo insieme le cose: dalla collocazione temporale capisco che le date coincidono: sabato sarà il giorno concerto; sabato lei non poteva accordare questo incontro perché non ci sarà tutto il giorno; sabato ci sarà l’uscita col tizio… che quindi è proprio in occasione del concerto.
Non ci vuole Einstein a capire che questa non era un’uscita estemporanea, non è venuta fuori il giorno stesso né in quelli immediatamente precedenti, ma è chiaro che si tratta di roba pianificata da più tempo. Settimane direi. Settimane che, e lì ci arrivo, coincidono praticamente perfettamente con il periodo di distacco in cui venivo trattato in quella maniera. Ma vuoi vedere che è tutto collegato e c’è davvero della malafede?

Tutto questo lo fa la persona che un anno prima, mentre le parlavo di una tizia con la quale mi sentivo e vedevo e di cui sapeva tutto da subito (per me quella era la normalità, mica il nasconderlo), a un certo punto mi fulminò all’improvviso con la frase “Non è che se adesso ti fidanzi poi sparisci?”

E poi? Ma a che gioco sta giocando? Quando si parlava di me faceva le battutine e adesso invece lei sparisce in gran segreto, senza parlare, senza cercare, ignorando, senza dare spiegazioni e poi “confessando”? Ma che torbido si è insinuato nella sua testa? Che visione ha avuto? Che film s’è fatta? Con un amico si parla normalmente di tutto, non a discapito di chi altro si ha intorno e soprattutto non omettendo cose che dovrebbero stare su altri piani. Se così non fai, beh, vuol dire che quello per te non è un amico. Resta solo da capire se non lo ero in senso assoluto (e quindi non lo ero mai stato), oppure non lo ero più per qualche astrusa ragione sopraggiunta all’improvviso.

Semplifichiamo il pensiero per chi legge: dopo tutta la mellifluità manifestata nei mesi precedenti di grossa compresenza, dei paragoni “scomodi”, degli abbracci, di quel paio di (inopportuni e imbarazzanti) baci sul collo ricevuti in un paio di occasioni, e di tutto ciò che mi ha fatto più di una volta pensare “ma che sta facendo?”, la domanda che mi ponevo era: ma come mi sta vedendo? Non è che abbia frainteso e pensato che…

Queste sono le cose che mi sono frullate in testa nel giro di, non so, forse 4-5 secondi. Mi ridesto un attimo e mi esce una frase tipo: “Scusa, ma perché…?”, sottintendendo al perché di quella frase.
E lei: “Ma boh, non lo so, ma questo manco mi piace, però boh, è stato tanto carino nei modi, non so…” farfugliando. Ma che fa? Si sta giustificando?

Facendola breve, arrivo al dunque. Lì capisco che questo legame non era più sano per nessuno: o stiamo parlando lingue diverse, oppure c’è una falsità incredibile di fondo, da sempre.

Era una situazione pirandelliana dalla quale non avevo più soluzioni per uscire in maniera indolore, recuperabile o costruttiva. Avevo solo voglia di eiettarmi il prima possibile da questa coltre di falsità e reticenze che mi era palesata davanti, perché già qualcosa si era rotto mano a mano nell’arco delle settimane precedenti, ma dopo quest’ultima scenata significa che la crepa tra noi è davvero profonda: era assolutamente evidente che ad un certo punto lei mi aveva allontanato coscientemente e cominciato ad omettere un sacco di cose. Capisco che non c’è più l’aria tersa che c’è stata per anni, tra di noi è emersa una grande nebulosa che non si capisce bene dove inizi e dove finisca. Sicuramente la mia figura è davvero diventata scomoda. Mi aveva estromesso dal suo vissuto, molto, ma non del tutto, senza parlare chiaro fino in fondo.

A ripensarci oggi, della paradossalità di questa cosa mi vien quasi da ridere. Nemmeno troppo tempo addietro (forse un anno prima) questa era una di quelle situazioni in cui ci eravamo già trovati, però lì fui una delle prime persone ad essere informate sulla comparsa di un tizio che stava facendo lo splendido (“uéué!” [cit.]), tanto è vero che ci vinsi pure una scommessa a riguardo. Ora invece sono l’ultima. Sono quella a cui viene detta con una stiracchiata e bofonchiata “confessione” buttata là nemmeno fossi la controparte interessata, dopo settimane di tensioni, risentimenti e solo in evidente punto di morte, quando ormai la situazione era insanabile.

Ma era davvero quella la spiegazione a tutti i suoi comportamenti? Era tutto assurdo. Sembrava la fidanzata che si vede con un altro, che si comporta in maniera stramba e alla fine confessa controvoglia il fatto al ragazzo che nel frattempo ha nasato qualcosa dai suoi comportamenti strampalati. Ma io non ero il suo fidanzato e non ero nemmeno un pretendente per quel posto. Era la mia migliore amica, io ero suo “fratello” (che così mi considerava lo disse anche lei parlando ad un’altra persona mesi e mesi prima), e lo ero senza alcuna ambizione di diventare altro, perché era già tutto più che perfetto così. Quindi che senso aveva tutto questo modo di comportarsi?

Parlando senza peli sulla lingua e a cuore aperto, figlia mia, ti svelo un trucco: uno non vuole farsi film mentali e non vuole giudicare gratuitamente nessuno, ma davanti ai comportamenti del cazzo non si può nemmeno far finta di essere ciechi. Se inizi a frequentare assiduamente altra gente sparendo, poi inizi a frequentare un tipo e il tutto lo tieni nascosto omettendo tutto a quello che fino a poco prima dic(ev)i essere il tuo migliore amico che ti cerca e avrebbe voglia come al solito di passare un po’ di tempo con te, dal quale allo stesso tempo ti allontani platealmente e selettivamente senza dire nulla, al quale se vieni ricercata ti neghi, al quale (quando questo ti chiede come mai ti comporti in maniera così strana e distante) ti trinceri dietro l’omertà del non voler dare spiegazioni e del “non devo giustificarmi” [cit.], ribaltando completamente tutto ciò che è stato per anni… beh, abbi pazienza tesoro mio, ma è una sommatoria di concause che porta solo a 2 soluzioni che a breve dirò.

Innanzitutto vuol dire che il problema che tanto mi hai accusato di avere in realtà ce l’hai tu e, te lo garantisco, è pure un problema bello grosso, inoltre significa che non sei schietta né sincera nei confronti miei e del nostro rapporto. In pratica: o hai pensato che qui in mezzo ci fosse in ballo qualcosa in più e su un piano diverso che andava in antitesi con il nuovo arrivato (ma questo semmai lo hai pensato solo tu) o, peggio (ma più verosimile, perché la prima eventualità, se mai dichiarata, sarebbe una mega sega mentale infantile di prim’ordine), che sei una persona che si attacca agli altri qua e là a convenienza in maniera temporanea, interessata e labile, pronta a staccarsi da un momento all’altro senza guardare in faccia alla valenza del costruito appena trova un’altra preda della quale cibarsi di attenzioni ed emozioni. Una zecca.

Fine del ragionamento. Insomma, che roba era diventata questa “amicizia” di cui non si intravedono più le basi fondanti (coerenza, lealtà, sincerità)? Io ormai avevo una testa talmente spappolata che non sapevo più cosa credere e pensare. L’ipotesi che qualcosa sia cambiato mi pare così assurda che nemmeno la prendo in considerazione dopo 2 secondi. Caldeggio per il vampirismo emozionale: devo assolutamente andarmene.

Quello che dovevo, alla fine, lo avevo capito. Le mie idee erano molto più chiare di quanto fossero a inizio serata. Con tutti questi pensieri, che piano piano mi fanno comprendere l’enigma che da un paio di mesi mi tormentava, muoio dentro pensando che una persona con cui ho condiviso anni ora mi sta trattando come uno scemo, ma ho un ultimo sussulto.
Eravamo nella mia auto, io tutti i ragionamenti di cui sopra ho continuato a tenerli a mente senza dirli. Stavo ancora al tavolo da poker con le carte coperte. E’ notte fonda ed è ora di andare. Lei mi saluta e dal posto passeggero poggia la testa sulla mia spalla più o meno come era sempre solita fare, coi sui “prrrrruu” del cazzo. Io la invito a scendere perché vorrei salutarla “per bene” (così le dico), non come se fosse un “ciao” quotidiano. Scendiamo dall’auto, parte un abbraccio (io sapevo sarebbe stato l’ultimo, magari sarei stato una persona migliore a dirglielo, ma per la perfezione ritenterò nella prossima vita) dal quale dopo qualche istante mi stacco io, rivendendole improvvisamente le carte che avevo in mano. Le rigetto addosso “quella” frase (“senti, ma non è che se ti fidanzi…” etc).

Difficilmente scorderò la sua faccia in quel momento… Sì, sono uno stronzo. E lo sono perché nasco “punk” e probabilmente così morirò: testa calda e provocatore d’indole dal 1985.


 

Capitolo 7 – Calci in faccia

“Non avrò mai più paura
dammi l’ennesimo calcio in faccia
che da un occhio ci vedo ancora
e non ho intenzione di chiuderlo da solo”

[“Calci in faccia” – Fast Animals and Slow Kids – Alaska, 2014]

Avevo quindi iniziato a maturare la decisione di allontanarmi già prima di quella sera e volevo cercare di sfatarla ricucendo, ma alla fine di quella discussione in realtà me ne ero proprio convinto. Sta roba non mi piaceva più, era diventato un legame ibrido e ipocrita, mi pareva di parlare con la classica persona tiene il piede su due staffe nel peggiore dei modi, ovvero in base alla convenienza: cercarmi e leccarmi il culo quando servivo, e per il resto dedicando il proprio tempo libero solo ad altre persone, mentre per me c’erano rimasti solo (e nemmeno) i ritagli di tempo ricavati dalle assenze dei nuovi amiconi e delle nuove frequentazioni. Praticamente il fattorino neoassunto che deve fare quello di cui c’è bisogno in azienda, ma che per il resto conta meno di zero nella gerarchia e non deve azzardarsi a chiedere nulla né ad aprire becco.
Non prendiamoci in giro elemosinando un rapporto che ormai non c’è più. Quando sei abituato a stare ad un certo livello poi non si torna indietro, non si può fare buon viso a cattivo gioco e fare il downgrade di un rapporto così su due piedi, comportandosi da conoscenti che si sentono una volta ogni tanto, solo quando ci ripensano. Se poi c’è una parvenza di sfruttamento tantomeno: a quel punto è d’obbligo l’eutanasia totale, sanguinaria e spietata del vostro rapporto.

Su queste cose penserò parecchio nei giorni successivi (per qualche sera togliendomi pure il sonno dal nervoso dallo spettro dell’immensa presa per il culo che mi trovavo mio malgrado ad affrontare) rimuginando parecchio sul come e sul quando dirle, fino a quando in cui lei mi ricontatta.  La discussione è ancora paradossale.

– Lei saluta.
– Io saluto.
– Lei: «Come va?»
– Io: «Bene»
Silenzio
– Ancora io: «Ma dimmi tu piuttosto come va. Avevi delle novità, mi pare, ma mi non dici più niente, sei come al solito nell’ultimo periodo molto avara di parole…»
– Lei dopo un po’: «Ma… forse è abbastanza bene, forse bene, non lo so…»

Ma che problemi ha quando parla con me? Sembro davvero uno che è stato emarginato da tutto. Prima era un flusso continuo, adesso invece non dice più niente nemmeno dietro esplicita domanda.
Lascio trascorrere qualche altro istante, per vedere se si volesse degnare di dare segni di vita, poi continuo io. E lì apriti cielo. Dico tutto nei modi e nei toni in cui più o meno sto esponendo il concetto ora, ovvero che per me alla fine si era giunti al capolinea spiegando anche i motivi. Come diceva una mia ex, ho sempre avuto il difetto (chiamatelo così, se vi pare) di dire quel che penso ed essere diretto come un Milano-Parigi, senza lasciare troppe cose all’immaginazione e all’interpretazione.
La sua risposta è che può credere alle parole che sta sentendo, che sto dando un peso eccessivo ed arbitrario alle cose, che insomma era tutta una mia paranoia immotivata (me cojoni…). Paranoia così inesistente che, infatti, dal momento in cui mi allontanai, non solo non venni fermato, ma da allora non sono stato nemmeno più ricercato né contattato, anche dopo alcuni incontri fortuiti. E sì che di occasioni ce ne sarebbero state…

Prima chance: A distanza di pochi giorni si festeggiava il suo compleanno (per cui, anche se freddamente, faccio almeno dei freddissimi auguri). Vedo sui social foto di uno sparuto gruppetto di gente vecchia e nuova che sbevazza allegramente in giro e fa serata. Pure gente arrivata da qualche settimana e prima inesistente che adesso evidentemente conta molto, mica come me. Io infatti non vengo nemmeno invitato non dico a festeggiare, ma nemmeno a prendere un caffè 10 minuti.
Il mio regalo (comprato prima di decidere di chiudere) finisce nella spazzatura dopo che quello a cui avevo pensato precedentemente e che avevo già rivelato quando parlammo (non poteva essere una sorpresa perché mi serviva la sua disponibilità: volevo offrirle un pranzo e una giornata di mare a mie spese per saldare una cena che avevo a debito e per alleviare il periodo di problemi che aveva passato oltre magari a fungere anche da occasione di rasserenare gli animi tra di noi) era stato, sempre per via delle titubanze e della assoluta mancanza di entusiasmo quando glielo proposi, scartato. Ovvio, cosa c’era di peggio che passare mezza giornata con uno che ti sta chiaramente sulle palle? E quindi pussa via gattaccio! Altro che “prr prr meow” [cit.].
MORALE: Diffidate sempre dalla gente che per anni ti tesse le lodi, ti si avvinghia addosso e si strofina la testa sulla tua facendo “le fusa” come una gatta (giuro, non sto scherzando) e poi da un giorno all’altro fa finta di non conoscerti e di non ricordarsi nemmeno chi sei.

Seconda chance: tempo un paio di settimane dopo il mancato invito andiamo sbattere (letteralmente) uno contro l’altro. Da essere abominevole quale evidentemente sono, non sono meritevole nemmeno di un “ciao”. Succede questo: in mezzo alla folla di un evento mi ritrovo d’improvviso vis-à-vis a mezzo metro con lei che, prima ancora che io potessi realizzare e dire qualcosa, sgrana gli occhi come se avesse visto un demonio, poi abbassa sguardo e testa e mi passa di fianco spalla a spalla senza dire nulla. Piacevole come ricevere una revolverata in piena fronte.
MORALE: Io sbaglio e non sono affatto perfetto, ma finché saranno gli altri ad abbassare la testa quando mi incontrano potrò dire di non dovermi vergognare di un cazzo.

Terza chance: Nel periodo di grande morbosità, siccome le disgrazie non vengono mai da sole, ne era arrivata un’altra: un serio guasto alla sua auto. A chi si raccomandò quando rimase in panne in mezzo ad una strada trafficata? Bravi, indovinato. E allora che fai? Parti da casa, la raggiungi, chiami il soccorso stradale e fai portare l’auto (inutilizzabile) in un’officina a riparare. Una volta lì, appurata l’entità del danno e della spesa, data anche la difficoltà ad affrontare l’emergenza in quel periodo denso di spese per rimettersi in sesto e visto che l’auto le serviva per recarsi al lavoro, da “amico fraterno” provvedei a fronteggiare la spesa per dare una soluzione rapida al problema. Il tutto con l’accordo che non sarebbe stato un regalo (sarebbe stato offensivo), ma un prestito che mi poteva restituire poco per mese, senza una scadenza né una rata fissa perché non le diventasse un peso, chiaramente essendo convinto che quel patrimonio costruito tra di noi sarebbe durato da qui all’eternità. Oltre a questo, la portai pure qua e là come un taxi per tutti gli spostamenti che doveva fare in quei giorni senza auto. Che persona impagabile che sono, che bravo…. Bravo e coglione perché, ad oggi, è sparita lei e anche i soldi.
MORALE: A lavare le orecchie al somaro si rimette solo l’acqua e il sapone. E anche 400 euro qualche volta.


Capitolo 8 – Vampirismo emozionale

“Systematically degraded, emotionally a scapegoat
I can’t see it getting better.
Perverse and unrealistic, try to make it all sick
I can’t see it getting better
Hollow now, I’m burned out, all I need is to break out”

[“Sound of music” – Joy Division – Still, 1980]

A quasi due mesi da questi ultimi fatti, finisce tutto così: con nessuna notizia, nessuna remora, nessun sentirsi in debito non dico moralmente, ma almeno dal punto di vista pratico ed economico. Nemmeno l’impressione di essere corretta vuole più dare. Intendiamoci, di quei soldi alla fine non mi fregherebbe nemmeno nulla, glieli avrei pure regalati in altre situazioni. Li nomino ora solo perché li avevo lasciati lì come esca, sperando potessero essere usati come pretesto almeno per risentirsi e tentare di riallacciare un minimo. Invece no.

Oltre a questi, che sarebbero stati motivi semplici da utilizzare avendone la volontà, di quelli che non devi nemmeno pensare al come perché un pretesto valido ce l’hai a disposizione quando vuoi, c’è che ad oggi non sono valso una telefonata, non sono valso un “ciao” quando ci siamo incrociati, non sono valso un anonimo “Ciao, vediamoci che ti ridò il prestito.” inviato tramite messaggio; non sono una persona per cui avere un minimo di rimorso sui comportamenti, per cui avere un pensiero; non son degno di avere indietro neanche una piccola parte della considerazione, dell’affetto e del valore che le ho dato, di meritarmi una spiegazione e potermi almeno mettere l’anima in pace.

Non son nato proprio ieri e alla fine, nella vita, so che può pure succedere che i rapporti finiscano così, di botto, senza motivo. So anche che quando questo càpita non puoi farci niente. Santiddio, finiscono gli amori (e-ehm!) in questa maniera perentoria, figuriamoci il resto. Però il coraggio e l’occasione di dare una spiegazione (anche brutale) alla controparte, se a quella persona ci hai tenuto per davvero anche un solo giorno della tua vita, lo trovi.
Cazzo, se un chiarimento, che in questi casi è assolutamente dovuto, non lo dai nemmeno quando ti viene chiesto da una persona visibilmente dispiaciuta da ciò che è successo, vuol dire solo una cosa: che di quella persona non te ne è mai fregato assolutamente un cazzo.

Bella persona, davvero.

C’è da considerare che siamo grandicelli: io ho 32 anni e lei pure (quasi), non siamo 15enni, a quest’età si dovrebbe essere abbastanza maturi da assumersi delle responsabilità nei confronti delle persone che si hanno intorno, i tempi della pappa scodellata e dell’aeroplanino per mangiarla sono finiti. Il nostro rapporto è nato e cresciuto in un’età in cui in genere le amicizie che ti crei sono adulte, mature, non forzate dai luoghi dove ti incontri per forza ogni giorno. Proprio per le infinite affinità riscontrate negli anni a me era venuto naturale investire nel mettermi vicino lei, persona con la quale ho avuto da subito un feeling naturale e spontaneo. Una persona per cui spero (ancora lo dico, che coglione!) di esserci sempre stato e per cui avrei messo senza dubbio la mano sul fuoco anche sulla reciprocità, vedendo le premesse. Soprattutto credevo che tra noi due ci sarebbe sempre stata la massima empatia e trasparenza, anche nel dirci cose meno belle. E invece no, mi sbagliavo.

Prima avevo citato le “aspettative”. Ma cosa ci si aspetta da un amico? Quanti sono gli amici veri? Uno? Tre? Dieci? Venti? Secondo me sono meno di cinque, anche se per qualcuno evidentemente l’amicizia è solo una statistica su Facebook, un numero. E’ bene però non fare troppo affidamento su una legame virtuale dove la principale attività è mettere “mi piace” o un “cuore” a una foto o a un post: è ben altro conto stare una sera tristi in casa, chiamare un amico che conosci (e ti conosce) davvero che, sentendoti strana, non ti dirà “ho da fare mi spiace”, ma “arrivo”; è ben diverso prendere il telefono alle due di notte per condividere un problema e poter contare che quella persona ti ascolterà e, benché in pigiama e con l’occhio spento, verrà pure da te perché ci tiene, non considerandoti una scassacazzi molesta.

Parentesi scientifica: ce la chiedono dal Ministero. Su questo tema esistono degli studi psicologici che dicono che i veri amici siano due al massimo, quelli con i quali esiste un rapporto intimo, forte e quotidiano. Tre al massimo, considerando come “amico” il partner. A un secondo livello ci sono al massimo altre 4/5 persone, che sono quelle con le quali si condividono attività ed interessi, che si vedono con cadenza saltuaria e solo per piacere. Al terzo livello ci sono gli altri: occasionali o conoscenti; possono essere decine, centinaia, o anche migliaia. Sono coloro coi quali magari si è fatto un viaggio insieme, con cui si è rimasti in contatto dopo aver frequentato gli stessi ambienti e coi quali ci si incontra per caso e una volta tanto ci scappa al massimo di fare un aperitivo. Ma, tornando alla famosa emergenza notturna, si chiamerebbe uno di loro? No.

I legami personali sono cerchi concentrici, non si è mica tutti sullo stesso piano. Se qualcuno equipara una delle persone che dice ritenere più vicine da anni ed anni con i “likatori” seriali di facebook con i quali non c’è un pregresso, e anzi, spesso gli si preferiscono questi ultimi, beh, evidentemente siamo di fronte a lampante e serio caso di problemi relazionale con il prossimo.

È che forse abbiamo aspettative e certezze di reciprocità verso chi non è disposto ad accordarcela. Il MIT (Massachusetts Institute of Technology) nell’ambito di una ricerca sui legami al tempo dei social, pubblicò anni fa uno studio chiamato «Per i tuoi amici, sei davvero un amico?». I ricercatori chiesero di classificare i rapporti di amicizia ad alcune persone in una scala da «non lo conosco» a «è uno dei migliori amici». I sentimenti erano reciproci soltanto nel 53% dei casi, laddove le aspettative toccavano il 94%. Cioè in più della metà dei casi non c’era reale corrispondenza.

Io ero uno di questa metà: ero convinto di aver avuto culo, di essermi messo vicino una persona vera nella sparuta schiera di quei pochi (i 2/3 della prima cerchia) per cui vale tutto la pena, coloro che vorresti avere sempre al tuo fianco e a tutto pensavo ma non che in realtà questa “amicona”, che tanto si vendeva come legatissima, correttissima, fortunatissima ad avermi vicino, riempiendosi la bocca delle migliori parole e intenzioni per anni, mi considerasse come (e peggio) degli amichetti di Facebook, degli improvvisati “amiconi” dj, di quelli che quando ha avuto bisogno hanno preferito farsi i cazzi loro e sui quali ha pure gettato una tonnellata di merda constatando la cosa. La verità è mi ha svenduto e fatto sparire così, facendomi passare direttamente da figura centralissima a estraneo pretendendo che non me la prendessi di ricevere un trattamento così. Il tutto dopo aver attinto a piene mani, ovviamente.

Pensavo di aver trovato una persona d’oro. Invece si trattava di un vampiro dopo il passaggio del quale non ti esce più nemmeno una goccia di sangue, perché ormai non ne hai più. Un essere spietato che mi ha preso, dissanguato e fatto cadere nel dimenticatoio: senza una parola, senza una motivazione, non reputandomi nemmeno degno di darmi un incontro chiarificatore in cui fosse lei a parlare e non io che alla fine mi ero esposto anche troppo e avevo già parlato abbastanza, ribadendo quanto ci tenessi fino allo sfinimento.

“Non si valuta la gente dagli errori, ma dalla successiva voglia di rimediare”, diceva Bob Marley. Sugli errori soprassiedo, io d’altronde ne ho fatti a bizzeffe in vita mia ma, cascasse il mondo, ad un certo punto nei rapporti umani mi sono sempre dato una stretta alle palle e ho trovato il coraggio di parlare, scusarmi o spiegare la ragione di ciò che avevo fatto o dei comportamenti che avevo avuto. Qui invece anche guardando alla voglia di rimediare c’è stata solo il disastro e la noncuranza più assoluta.


Capitolo 9 – «Imparerai, a tue spese, che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.» (L. Pirandello)

“Ti guardo e non ti vedo
ti ascolto e non ti sento
non chiedermi di crederti
non lo farò”

[“And the radio plays” – CCCP Fedeli alla Linea – Canzoni preghiere danze del II millennio – Sezione Europa, 1989]

La differenza in tutto quel che dici è che manca la base: il voler bene. Se a una persona gliene vuoi fai di tutto per sanare una crepa, ti ci spendi, forse la asfissi pure per rimediare, se no è perché non è così e per te quello è solo un numero. Se non ti interessa lasci tutto com’è. E questo ha fatto“. Così disse un’altra mia amica che conosceva entrambi e con cui parlai di questa cosa, un po’ per chiedere conforto della delusione subita, un po’ per avere un parere pensando che la mia fosse una visione miope e di parte. Aggiunse anche “se la rivedo, ti giuro, la massacro”, ma questo non è importante.
Le prime erano sante parole, avvalorate dal ricordo di altre situazioni. Pochi mesi prima infatti, per un’incomprensione su una cosa banalissima e veramente stupida con un suo amico, lui le aveva tolto il saluto e la parola per settimane. Lei, disperata, non se ne faceva una ragione sbattendosi a chiamare e cercare l’occasione di chiarirsi. Andò avanti per settimane anche quando non riceveva risposta, finché la pace fu fatta.
Con me invece tutto finisce così, tra scrosciante indifferenza… beh, credo che solo considerando l’abissale disparità di trattamento sia già tutto molto chiaro. Credo però che non sia una questione affettiva, ma una questione di convenienza. Lui ogni tanto le tirava (e penso tirerà ancora) un tozzo di pane per qualche consulenza lavorativa utile ad arrotondare. Lui va tenuto buono perché può sempre far comodo, io ovviamente no.

Un episodio di ghosting, di consumismo relazionale. Il risultato è che io adesso sto di merda e chi mi conosce davvero se ne è accorto. Oltre al Riccardo che fa il solito deficiente e sdrammatizza, ce n’è uno a cui lo si legge in faccia che ha qualcosa che non va, come hanno detto in diversi. E’ una sensazione orribile quando ricevi queste delusioni in maniera del tutto inaspettata e gratuita. Uno stupro emotivo. Dopo avermi “chiavato” moralmente mi ha buttato in mezzo ad un campo. Di riflesso ti chiudi, non riesci più fidarti e guardi tutti con occhi diffidenti dubitando di ogni cosa. Ti crolla il mondo addosso, crolla come un tavolo che ha perso una delle gambe, come chi ha perso un punto cardine che considerava sicuro e stabile. Ti ha trattato così una delle persone per cui più di tutte ti saresti sbudellato. Come si guarisce da questo? Quando perdi la ragazza ti rifugi negli amici, quando ti delude e perdi un amico ti rifugi negli amici più stretti, ma quando perdi un’amicizia per te così stretta e vissuta, in chi ti rifugi? Da stocazzo. Ecco la risposta: rimani molto più solo. Un comportamento del genere me lo sarei aspettato da un conoscente, non da lei.

In tutto sto marasma però, una cosa me la riconosco, l’unica nota positiva: il fatto che mi rimprovero poco o nulla. In tutti questi anni ho fatto, ho detto, ho avuto un pensiero, sono stato trasparente, diretto e disponibile come solo chi dentro di sé vuole un bene dell’anima a qualcuno può fare. Ho tirato fuori la parte migliore di me. Forse sarò patetico nel dirlo, ma non me ne vergogno. Ho tanti difetti, ma questo assolutamente no. Come si dice dalle mie parti io “so l fijo de Parlachiaro” e in vita mia ho sempre avuto una sola faccia, bella o brutta che sia considerata. Affronto le situazioni, forse anche in maniera troppo brutale, però non mi nascondo dietro a un dito.

Anche all’emergere dei problemi ho cercato il dialogo a più riprese, io il voler bene di cui si parlava prima l’ho dimostrato sia prima dedicando il mio tempo per una persona a cui tenevo che aveva bisogno, sia cercando di creare anche ad oltranza le condizioni per parlare, cercando di creare pretesti e occasioni per venirsi incontro quando si sono manifestati problemi. Ho tentato in tutti i modi di ripianare la situazione e trovare il modo di chiarirsi per salvare un’amicizia in cui credevo e a cui tenevo fin dentro all’ultima e la più inutile delle mie cellule.

Pur di non gettare benzina sul fuoco e non creare frizioni che non sapevo dove sarebbero andate a parare, mi sono fatto trattare male e sono stato zitto senza creare ulteriori attriti anche quando avrei avuto voglia di esplodere; ho ingoiato amaro e l’ho continuato a fare anche davanti ai comportamenti del cazzo, dando fondo oltre ogni più rosea aspettativa alla mia proverbiale (poca) pazienza. Sono sicuro di aver percorso ogni spiraglio, ogni possibilità, mettendomi sempre al secondo posto. Però a un certo punto ho aperto gli occhi. Non ho potuto più negare l’evidenza e mi son detto “No, basta così”.


Capitolo 10 – Non regalate terre promesse a chi non le mantiene

“senza voler capire
che ormai so come finirà
perché ho scommesso senza remore
e il piatto piange avidità
di tutto ciò che è stato.
Parli e agisci ma non puoi.
Agisci ma non vuoi.
Cosa ottieni se non puoi?”
[“Con chi pensi di parlare?” – Fast Animals and Slow Kids – Alaska, 2014]

Un rapporto splendido trasformato senza motivo in un rapporto ipocrita. Evidentemente è normale trattare le persone come dei pupazzi. Ero io che vaneggiavo perché è normale bistrattare la gente; è normale, anche davanti a chi cerca un chiarimento, non avere alcun tipo di rimorso. Una persona che applica la vera uguaglianza: siamo tutti uguali e nessuno vale un cazzo, ognuno è solo utile nel momento in cui c’è, poi vabbè, sticazzi: arriverà qualcun altro e così via, attaccandosi qua e là al disgraziato di turno. Chi è non importa affatto: Riccardo, Marco, Giuseppe, Francesca, Sara, Stefano…. Cinismo e consumismo umano allo stato puro.

È quello il momento esatto in cui scopri la vera natura di ciò che hai avuto davanti e ribalti tutte le tue opinioni, dopo esserti scervellato per mesi: la nostra non era un’amicizia utopica, bella e preziosa come l’avevo valutata io, ma un’amicizia fondata sull’interesse e che per interesse stesso è finita. E fa male quando scopri che quell’amicizia eri tu. Eri tu quello per cui non valeva la pena lottare un po’, mettere via un po’ di orgoglio, spendere una parola in più o spararne una in meno per mantenerla viva. Vedere una persona apatica con dentro un sentimento vuoto (“i sentimenti vacui” [cit.]) che non difende, ma che anzi lo prende e lo cestina come un flacone vuoto, avendo già disponibile il nuovo prodotto. E poi capisci che quel sentimento eri tu.

Per Dio, niente ferisce, avvelena, ammala quanto la delusione, la fiducia tradita, il voltafaccia di qualcuno in cui credevi fermamente. Ti senti ingannato, beffato, umiliato. Ti ritrovi a essere la vittima di un’ingiustizia che non ti aspettavi, di essere tu il fallimento che non pensavi di meritare. Ti senti offeso, disarmato, ridicolo.

Ci ho pensato tanto. Potrei vendicarmi in mille modi e saprei anche come, saprei perfettamente dove farle più male, ma poi… che cazzo faccio? Le ho voluto troppo bene per farle qualcosa di storto, quindi lascio perdere, mi eclisso del tutto e sparisco, che forse è la soluzione migliore per entrambi. Per me per dimenticare alla svelta quella che a conti fatti si è rivelata una delle persone più deludenti che abbia mai incontrato e per lei pure, accontentandola per l’ultima volta perché evidentemente era questo quel che voleva.

Ecco, è questo il punto. Alla fine ci sono arrivato: fino a che tutto è andato bene mi ha usato a suo comodo e a suo tornaconto, poi si è semplicemente cambiato target. E come poteva finire? Finisce che ci ho messo un po’ ma non sono proprio stupido e alla fine me ne accorgo, mi sveglio, mi guardo le ferite sanguinanti accumulate e decido che basta. E’ lì che chi è abituato solo a prendere se ne va, quando l’altro si ridesta dal sonno e smette di dare.

Il problema è che adesso mi sento un cretino per tutto quanto ho passato e fatti: i chilometri (qua e là: aerei da prendere, colloqui di lavoro, case da vedere al momento dell’emergenza), così come per le ore gettate al vento nelle stesse situazioni. Tempo di vita buttata via che nessuno mi ridarà. A saper guardare oltre quella faccia di merda, mi sarei fatto i cazzi miei.

Mi sento un cretino per i soldi e per le energie gettate per i favori, per quelle volte in cui in giro vedevo qualche cazzatina di cui magari avevamo parlato e sapevo che desiderava e quindi glielo regalavo, per la mia disponibilità a fare lavoretti in casa per alleggerirla di qualche incombenza e farle risparmiare qualche soldo, per cercare di essere un conforto, una parte della soluzione, mentre in realtà è evidente che fossi stato solo una parte del problema. A saper guardare oltre quella faccia di merda, mi sarei fatto i cazzi miei.

Mi sento un cretino per essermi fidato ed aperto così con una persona che alla fine si è dimostrata un’opportunista di primo grado. Una schifosa opportunista, che però conosce tutto di me: storia, famiglia, emozioni, punti deboli e che sa un miliardo di cose tutte insieme come sostanzialmente nessun’altra persona al mondo. A saper guardare oltre quella faccia di merda, sarei rimasto sulle mie.

Mi sento un cretino quando realizzo che non ero io una persona da tenere vicino, che non aveva bisogno di me, ma aveva bisogno di qualcosa da me. Non ero ciò che veniva sbandierato, ma ero un mezzo per ottenere qualcosa, fosse lo svago di una serata fuori perché in casa col ragazzo il clima era burrascoso (anche lui, porello, dai suoi racconti l’ho sempre un po’ mal giudicato, probabilmente andrebbe beatificato per direttissima) o lo strumento per ottenere qualcosa. Insomma, ero un coglione, non un uomo – un amico – per cui provare stima e affetto.

Essere amici non vuol dire mettersi intorno gente che ti serve o che ti fa la bava dietro, ma persone che ti stanno a cuore.

Amico, amore. Parole che non sono così tanto distanti, come dicevo all’inizio, ma sono quasi sinonimi. Infatti amico (Lat. ami-cus) significa “(colui) che ami”, mica “(colui) che cerchi al bisogno”. Amare – e quindi essere amico – è la disponibilità a mettere sé stessi in secondo piano, a fare o non fare qualcosa per la felicità di un altro, dare attenzioni e premure, non ferirlo, essere “gelosi” della sua vicinanza, è la persona con cui hai voglia di condividere la tua vita passando alcuni momenti insieme, a cui vuoi bene e a cui rinunceresti a qualche piccola cosa della tua quotidianità per farle piacere e per non perderla. Forse è questo il problema: lei non sa tenersi vicine le persone, non sa “amare”, non sa “dare”, sa solo prendere e pretendere per egocentrismo e forse è per questo che prima o poi tutti quelli che le si avvicinano scoppiano inesorabilmente. Forse è questa la famigerata sensazione di essere “inadeguata” di cui ogni tanto mi parlava.

Io ho stretto i denti un po’, poi davanti al nulla cosmico ho deciso di chiudere. Mica posso fare l’ombra di una persona che nelle difficoltà mi cerca, ma che poi nel resto del tempo mi allontana e ignora trattandomi da “ragazzino del pane” [cit.], dedicando il proprio tempo solo ad altri e ricordandosi di me solo quando ha bisogno. La mensa della Caritas (in cui si entra quando si ha davvero fame e non si ha altra scelta, sennò col cazzo) è da un’altra parte.
Ci vuole equilibrio e simmetria. Quando il mio “dare” è diventato l’unica cosa per cui venivo ricercato, preferendo per il resto altre persone con le quali parlare, uscire, e relegando me a mero crocerossino, è lì che è finita. Avere persone intorno solo perché dalla loro presenza ricavi qualcosa, ma che poi nella normalità non cerchi nemmeno preferendone altre, è la cosa più schifosa che si possa concepire, per me. E tutto questo ha altri nomi: cinismo, parassitismo, sfruttamento.

Se cerchi altri per uscire e per divertirti, allora devi cercarli anche al bisogno. Non puoi scindere le cose, delle due l’una. E’ facile esserci quando le cose vanno bene, ma è quando si è in difficoltà che si vede chi c’è e chi invece ti lascia morire lì. Non saper cogliere questa differenza è grave mancanza di percezione, non coglierla di proposito anche quando viene manifestata è essere paraculi e stronzi.

Tutto quanto è successo, comunque, spiega tante cose che prima non avevo mai notato e che ora acquisiscono una forma meglio definita. Ad esempio, lei era nel mio giro di amici, li conosceva, era con loro in contatto tanto è vero che alcuni sono diventati anche suoi con i quali tuttora si sente, parla e si vede.

Io, in genere, non nascondo nulla e cerco di essere inclusivo con le persone che mi metto intorno, viceversa io nel suo giro non c’ero. Uscivamo e ci vedevamo praticamente sempre solo in due. Quando sentivo nominare qualcuno erano persone mai viste, mai incontrate, se non un paio di persone 1 o 2 volte al massimo. Il resto erano nomi senza faccia, e lo stesso ero io per loro. Avete presente quelle strane situazioni in cui qualcuno ti fa il nome di un’altra persona, quasi dando per scontato che tu lo conosca nemmanco fosse tuo cugino, e tu pensi “ma chi cazzo sarebbe questo/a?”. Addirittura era così pure con il suo (ex) fidanzato (forse ci siamo visti e salutati 2 volte in tutto).

Stupido io: dovevo capirlo subito che c’era qualcosa che non andava, che c’era una sorta di doppiogiochismo: orbitavamo tutti in galassie diverse, come se fossimo ecosistemi differenti che non si dovessero intersecare. Mondi diversi da non far conoscere e incontrare per evitare che da questi incontri potesse nascere un cortocircuito e far emergere quello che purtroppo temo sia il problema: un doppia, tripla, quadrupla personalità.

Una persona che sostanzialmente valuta tutto a peso, che si muove nella migliore delle direzioni a seconda del momento non guardando in faccia a nessuno. Una naufraga interiore che per stare a galla si attacca al più vicino che ha a portata, che per prendere aria lo soprassale e lo affoga pure senza problemi. Una persona vuota che non costruisce niente di solido, ma che a suon di ruffianerie lo vende per tale, e si crea quanti più contatti possibili per poi vendersi al migliore offerente del momento e sparire dal precedente senza dirgli niente, ciclicamente. Prostituzione emotiva.

In questi giorni, oltre ai pensieri, stanno riemergendo continuamente oggetti in prestito, regali vecchi anche di anni, foto che mi fanno ripiombare in testa momenti e situazioni. Roba che mi fa ricordare una persona che avrei difeso alla morte e che invece per riconoscenza mi ha preso a coltellate senza alcun rimorso.

Non ho mai creduto a queste stronzate, nemmeno quando si è trattato di relazioni, ma sto pensando che di questi oggetti devo liberarmene al più presto. Già sono giù di mio e se ogni giorno mi cade l’occhio su qualcosa sarò sempre al punto di partenza. Le foto le ho eliminate. Alcuni oggetti li ho buttati, altri li ho donati. Rimangono un paio di libri (che non si buttano mai). Glieli rimanderò in qualche modo dato che hanno anche delle dediche e non posso di certo darli in giro.
Io non me l’aspettavo, o almeno non così. Non mi era mai successo niente di simile, ma è proprio vero che perdere una vera amicizia fa male quanto perdere un amore, anzi forse anche di più perché il tutto avviene senza un reale motivo. Mi sento mezzo morto, vuoto, insensibile.

Ho scritto un’enciclopedia e l’ho fatto di getto, ci saranno sicuramente delle imprecisioni, ma di cose da dire ne avevo, forse si capisce e traspare quanto nel profondo mi abbia affossato questa cosa. Abbiate pazienza con me se ultimamente sono pesante, triste, schivo, ci vorrà un po’ per rialzarsi.


Epilogo – Lettera aperta

We fought for good, stood side by side
our friendship never died
on stranger waves, on lows and highs
our vision touched the sky
Immortalists with points to prove,
I’d put my trust in you”

[“A means to an end” – Joy Division – Closer, 1980]

Nella remota eventualità che tu leggessi questo fiume di testo, voglio ribadire solo una cosa: ti ho voluto un gran bene e se ti guardi indietro sai che è così, che non ti ho mai detto una sola cazzata e non ti ho mai nascosto nulla di ciò che pensavo o credevo. Lo dimostro ancora una volta in questa cosa che ho scritto. Però una delle presunte aspettative di cui tanto mi hai accusato forse ce l’avevo davvero e non te l’ho detta, ed era la mia certezza che la considerazione che io avevo di te fosse la stessa che tu avessi di me, cioè che ci tenessi e proteggessi il nostro legame, non che mi prendessi, strapazzassi e ricollocassi vicino o lontano a seconda del momento e di chi altro avessi intorno, da un giorno all’altro.

Ora vai, sei libera di trattare da scemo del villaggio qualcun altro, qualcuno sicuramente più bravo di me a calarsi in questo ruolo da schiavetto incensatore che evidentemente tanto vai cercando. Io non sono così, mi spiace.
Di questo hai bisogno: di circondarti di gente mediocre, ma dalla facciata splendente, di persone magari istrioniche e popolari, ma dentro vuote e superficiali, di yes-men, di ruffiani; non di chi ti tira per le orecchie quando vai fuori strada non perché ti vuole riprendere o si ritiene superiore, ma perché a te ci tiene e non vuole vederti finire nei guai o vederti comportare in maniera sconsiderata; non di chi ha la pretesa (assurda mi vien da dire) di correggerti il tiro per aiutarti a stare dritta; non di persone presenti, forse pesanti, ma affidabili, leali e vere. E’ la tua insostenibile leggerezza dell’essere.

Per ultimo: grazie, davvero. Sono stati anni bellissimi e, nonostante tutto quello che penso in questo momento di astio profondo, so bene che sarebbero stati peggiori se non ti avessi conosciuto e vissuto. Sono anni che mi porterò dentro per sempre, ma è anche vero che manterrò questo ricordo legandolo ad un’altra persona: a quell’essere prezioso e garbato che adoravo; a quella con cui non mi sono mai annoiato un singolo minuto; a quella che nei momenti in cui era più pesante diceva «Per evitare i non-detti, volevo chiederti se ti dispiace essere il mio migliore amico anche in questo momento» e la risposta era quella che sai; a quella a cui ancora penso perché mi manca un casino (magari con “quella” stasera starei parlando di cazzate davanti a un brancamenta invece che starmene qua a scrivere stronzate) e, non lo nego (non son fatto di ghiaccio), per cui alla fine somatizzando le cose mi è pure scesa qualche lacrima.
Era uno dei legami più belli, intensi e autentici che avessi mai costruito, sparito quando è stata spazzata via da questo psicomostro spietato, questa sconclusionata ipocrita e paracula che, invece, ha coscientemente deciso di fare a pezzi e gettare via tutto quanto era stato costruito in questi anni.

Questa spero di non vederla e di non ricordarla per il resto dei miei giorni. Può considerarmi morto, tanto a quanto pare non le costerà alcuna fatica.

Che pena, Cristo.

Se mettessi un po’ da parte l’animo da moschettiere…

Ma cosa dovrei fare?
Cercarmi un protettore? Prendermi un padrone?
Come un’edera oscura che avvolge un tronco
farmene tutore leccandone la scorza,
arrampicarmi con astuzia invece di salir con forza?
No, grazie!

Dedicare, come fanno tutti, dei versi ai finanzieri?
Trasformarmi in un buffone nella vile
speranza di vedere, sulle labbra d’un ministro,

infine nascere un sorriso che non sia sinistro?
No, grazie!

Ingoiare, ogni giorno, un rospo?
Avere un ventre consumato dalle marce?
Una pelle
che presto s’insudicia alle ginocchia?
Eseguire prodigi di agilità dorsale?
No, grazie!

Calcolare, aver paura, impallidire,
preferire fare una visita anziché un poema,
redigere delle suppliche, farsi presentare?
No, grazie!
No, grazie!!
No, grazie!!!

Ma… cantare, sognare, ridere,
muoversi, star soli, essere liberi,
aver l’occhio attento, la voce che vibra,
mettersi, quando piaccia, il feltro di traverso.
Per un sì, per un no, battersi, − o fare un verso!
Lavorare senza curarsi di gloria o di fortuna,
al tale viaggio, al quale si pensa, sulla luna!
Non scrivere mai nulla che non nasca da sé
e inoltre, con modestia, dirsi: ragazzo mio,
sii pago dei fiori, dei frutti, finanche delle foglie,
se è nel tuo giardino, in te, che li cogli!

Disdegnando d’essere l’edera parassita,
anche se non si è quercia o tiglio,
salire non molto in alto, forse, ma da solo.