Manuale di sopravvivenza alla democristianità emotiva

Succede che conosco una ragazza (“do you want applause?” cit. ), so che non fa notizia, ma è un inizio così, a caso.
Va specificato che a dire il vero un po’ ci conoscevamo da qualche mese per via di un giro di amici in comune in cui qualche volta ci eravamo visti per collaborare a un progetto. E’ piuttosto carina. Questo l’avevo notato sin da subito (d’altronde mica sono cieco), però, dato che ormai ho una certa età, l’essere solo piacevole all’occhio non mi fa più di tanto effetto. Non ci faccio nemmeno molto caso a dirla tutta: la fase ormonale dell’adolescenza l’ho passata e ciò che guardo e cerco in una donna non è quello, ma ben altro.

E’ un po’ come trovarsi davanti una bella macchina sportiva. Una Lamborghini, una Ferrari. In pochi si fermano a guardare una Punto, ma una Ferrari sì, ed è ovvio esclamare tra sé “Wow!” e per qualche secondo scrutarne le livree, gli interni, ad ascoltarne il rombo, ma se non sei proprio uno di primo pelo e un cafoncello qualunque, sai che quella è pura ammirazione estetica da maschietto che rimane lì, perché poi realizzi che in mancanza di altre qualità più profonde e pratiche, rimarrà una cosa piacevole da aver visto e basta. Si passa subito alla fase 2, quindi, ovvero l’archiviazione che avviene dopo 20 secondi come cosa “vista” e dopo la quale te ne torni a pensare ai fatti tuoi.
Una persona non è di certo un’auto, ma per capire il concetto è un esempio che funziona. Tutti guardano le Ferrari, è ovvio, ma poi li vedi in giro con uno Clio, meno appariscente della supercar, ma che sarà la tua fedele compagna di ogni giorno. Bisogna guardare oltre l’apparenza e optare per quello che più si adegua alla propria persona. Questo è lo specchio di come ragiono: sono abbastanza pragmatico, mi piace la semplicità, la normalità che scaturisce dall’immediatezza. Al piacere all’occhio preferisco il trovarmici bene nel quotidiano.
Il caso sostanzialmente è lo stesso anche sul piano umano: ragazza vista e apprezzata, ma interesse pari a zero. Il famoso archivio in cui finisci dopo il primo momento, come dicevo.
Per rendere l’idea, avevo anche il numero salvato in rubrica ma non mi era passato nemmeno per l’anticamera del cervello di utilizzarlo per altri scopi diversi da quelli “professionali” per cui ce l’avevo, per fare il coglione diciamo ma, anzi, in tutte quelle occasioni in cui ci si è visti ci si è solo limitati a condividere gli stessi spazi in compagnia degli altri amici per lavorare al progetto che stavamo portando avanti. Nulla più.

Dopo diverso tempo però, succede quel che nessuno si aspetta, ovvero che, dopo tutti quei mesi a sentirsi “in gruppo”, cominciamo a sentirci tramite telefono privatamente.
Ovviamente – come premettevo – per nulla di malizioso, ma semplicemente per risolvere una questione molto “tecnica” legata ad alcuni dettagli del lavoro che si stava portando avanti senza parlarne nella chat di gruppo e stressare tutti i partecipanti.
Passano i giorni, i contatti proseguono e si infittiscono. Tra un messaggio e l’altro a tema professionale, se ne intermezzano altri. Tra qualche battutina le parole aumentano e lasciano spazio a un rapporto più “personale”.
In questo periodo troviamo più di un gusto, di un modo di fare e di un punto di vista in comune. Scopro che lei, oltre ad essere una ragazza abbastanza carina come già detto, comincia a piacermi anche come idea di persona. Vedo che la cosa sotto questo punto di vista è un po’ anche reciproca, stando a quel che dice e attenendosi al suo modo di fare in cui cerca il mio contatto più volte durante la giornata anche senza motivo. Insomma, nasce una simpatia e mentalmente ci prendiamo.
Il tutto comincia a incanalarsi su un binario estremamente pericoloso.

Con queste carte in tavola passano i giorni e , cogliendo la scusa del lavoro, la invito a vedersi per un aperitivo così da parlare a quattro occhi. L’invito non cela grosse pretese ma, dato che a me piace parlare con le persone e non viverle tramite smartphone, mi sembrava anche un’occasione per fare due chiacchiere e magari conoscerci meglio. La risposta che mi arriva è inaspettatamente positiva.
Ci vediamo e passiamo un paio d’ore insieme. Quando ci salutiamo dopo l’aperitivo e tutte le chiacchiere di rito, mentre ognuno sta per tornare a casa sua, mi sento dire: «stasera sono in centro, tu che fai? Passi? Ci vediamo?». Ma pensa te, allora ci siamo proprio presi a ben volere.
Mi viene naturale dire “sì”.
La sera ci vediamo davvero, lei con un’amica, io con un amico, e passiamo la serata a fare altre due chiacchiere che, sommate alle due dell’aperitivo, diventano quattro in un sol giorno.
Dopo quella sera continuiamo a sentirci, passando però da “tutti i giorni” a “tutto il giorno”. Il vedersi invece rimane sporadico anche perché, lavorando lei fuori regione e tornando a casa nei weekend con cadenza settimanale o quindicinale, durante la settimana non si trovava mai in zona.
I contatti comunque proseguono, sempre di più, soprattutto da parte sua. Da mattina a sera è un continuo di messaggi (decine, ma che dico, centinaia al giorno), chiamate (durata media minima: 1 ora), e poi i «buongiorno», i «vado a ninna, buonanotte», baci-bacetti-cuori e altre amenità varie. Persino qualche «mi manchi» quando i contatti erano meno intensi del solito.

Puffo Brontolone
Io in una foto di repertorio mentre sono intollerante come al mio solito alle cose senza logica e senza capo né coda.

Il tutto, in più, viene infarcito da quelle situazioni in cui hai la telecronaca minuto per minuto di ogni quotidianità (che normalmente «io ooodio», da buon puffo Brontolone quale sono) su cosa stia mangiando (con foto), su dove è (con foto), su cosa sta facendo (con foto), su cosa le succede (con foto) e su stati d’animo, incazzature, ansie e sfoghi (senza foto ovviamente).
Vengo persino informato dei ritardi delle amiche in occasione di uscite o ritrovi, mi informa del suo primo mare stagionale con foto del segno dell’orologio, dicendo quanto sia stata stupida a non toglierselo. Il tutto viene anche contornato da tonnellate di messaggi audio Whatsapp e altre cazzatelle del genere.
Insomma, non un bere a piccoli sorsi, ma proprio un’ubriacatura. Parevo diventato in poche settimane il suo centro del mondo, roba che, va beh, nell’ordinario è evitabilissima, a meno che uno non voglia proprio trovare una scusa per sentire una persona e rompergli le scatole, abbattendo ogni più logico limite che si può dare alla normale confidenza verso quello che nonostante tutto rimane un semi-sconosciuto (ovvero io).
Tra tutte queste chiacchiere, prima con qualche battutina (ricambiata) e poi in maniera a tratti un po’ più diretta, le faccio trapelare un certo interesse. Insomma, pur senza essere irruento (una ruspa!) come al solito, un po’ mi espongo. Lei non prende le distanze, non ferma nulla. Anzi, continua e asseconda rispondendo con altre battutine. Si gioca, ma il qualcosa in comune “di estremamente pericoloso” che nominavo prima comincia a trasformarsi in qualcos’altro. Comincia a entrarmi in testa e comincio a capire che, insomma, dentro l’orso bruno che sono di solito sta nascendo un germoglio di qualcosa. Un affetto, definiamolo così per ora.

Parliamoci chiaro: quando questo tipo di situazioni sbocciano tra un ragazzo e una ragazza che prima non si conoscevano, che non hanno un pregresso chiaro e consolidato, che sono entrambi liberi e si cominciano a punzecchiare a vicenda, per natura, non mi pare ci siano tante alternative. Non credo che questa morbosità possa venire fuori al fine di organizzare un torneo di scacchi o una mostra di modellismo ferroviario statico, almeno a parere mio.
Ho passato abbondamentemente i 30 anni e per il mio vissuto mi sento di dire una cosa: non credo che queste cose accadano senza motivo. Se si dedica una grande mole di tempo ad una persona è – giocoforza – tempo che si sottrae ad altre persone, tra cui le amicizie di una vita o le possibili altre “frequentazioni”. Insomma a tutte quelle situazioni veramente importanti che ognuno di noi ha.
Se si agisce come se ora l’importanza sia focalizzata esclusivamente su una persona, qualcosa vorrà dire. Se questo modo di fare fosse superficiale e non fosse dovuto a una sorta di interesse, curiosità e voglia di buttarcisi a capofitto, sarebbe solo tempo buttato via e nessuno di noi lo farebbe.
Non si spreca il proprio tempo dietro qualcosa di scarso interesse o qualcosa targato come “inutile” da subito. Se uno investe il proprio tempo su qualcun altro è abbastanza evidente che si stia valutando quel “qualcosa” come di grande importanza o che gli si riconosca un potenziale. Valeva per me, evidentemente valeva anche per lei, sennò perché mi stava così addosso? Vabbè, chiuso il discorso antropologico/filosofico.

In tutto questo cercarsi continuo e reciproco che ne segue, succede che sia lei a chiedermi quando ci rivedrà, essendo passato qualche giorno da quell’aperitivo e quella serata in centro. Io capisco la frase, ma faccio il finto tonto per ricevere una versione più chiara della stessa ed evitare ogni tipo di volo pindarico. Qua è ancora tutto molto acerbo e, dopo le numerose mazzate sulle gengive avute negli ultimi anni su questo terreno, non vorrei capire fischi per fiaschi finendo col prenderne un’altra, di mazzata, alimentando aspettative sbagliate. Le rispondo quindi che l’incontro col resto della “truppa” (il lavoro) sarà da lì a qualche giorno e che ci si vedrà sicuramente in quell’occasione. Lei risponde che non devo fare il cretino e che voleva sapere quando ci saremmo rivisti noi due.
Allora intendeva proprio quello. Noi. LEI ED IO… avevo capito bene!

Mi sale un hype clamoroso e mi dico «oh, ma sta a vedé che pe na volta ntla vita ho beccato una meno citrulla del solito» (il mio cervello ragiona esclusivamente in dialetto visto che campa ed emana esclusivamente pensieri rapidi, immediati e concisi, ndr).
Mi parte la risposta secca: «anche stasera, se vuoi». Così, scambiandoci qualche messaggio, ci accordiamo nel vederci in un locale dalle sue parti, dandoci un orario.
Non avevo realizzato bene cosa stesse succedendo, anche perché stranamente stavolta ero la parte passiva della situazione e non avevo fatto nulla perché le cose prendessero una certa piega.
Resta il fatto che la cosa non mi disturbava e infatti arrivo all’incontro in largo anticipo: mezz’ora prima dell’orario stabilito ero già lì.
Prendo un caffè, faccio due chiacchiere col barista e aspetto.
Arriva l’ora X. Lei però non si vede e non si fa sentire.
Passa l’ora X e lei continua a non dare segni di vita.
Un quarto d’ora.
Mezz’ora.
Un’ora.
Niente.

Pensiero a voce alta: E mò che faccio? Vado via?
La chiamo? …non la chiamo? …e se la chiamo e sta arrivando e pensa che sono un rompipalle che la càzzia per il ritardo così, praticamente alla prima volta che ci vediamo? Faccio da subito la figura di essere un dito al culo? No, dai, non la disturbo, arriverà, abbi pazienza, ti pare che non viene dato che ha invitato lei?

Dopo un’ora e tre quarti di attesa inutile, rabbuiato, prendo e me ne vado con la coda in mezzo alle gambe. Solàto così, brutalmente, alla prima volta che mi invita su sua iniziativa.
Autostima collassata sul pack artico tra un orso polare e un tricheco a -40°C.
Salgo in macchina e do un’ultima occhiata al telefono, inutilmente.
Tutto tace.
Metto in moto e parto.
Mentre sto guidando lungo quei venti chilometri di superstrada che mi separano da casa, mi suona il telefono. E’ un messaggio: «Arrivo».
Tra qualche bestemmia a denti stretti, perché ormai ero praticamente arrivato a casa, rispondo dicendo che io me ne ero appena andato chiudendo la conversazione lì. Mi risponde che purtroppo le si è fatto tardi e che sarà per la prossima.
La mattina successiva ci risentiamo. Tra una chiacchiera e l’altra faccio presente che ci sono rimasto un po’ male a rimanere lì senza nemmeno essere avvisato del ritardo in quella maniera, soprattutto visto che era stata lei a cercarmi e non ero stato io ad invitare, quindi la cosa mi sembrava surreale. Arrivano delle scuse.
Nei giorni successivi lei ritorna al suo lavoro fuori regione, ma continuiamo a sentirci. Tra una chiacchiera e l’altra ci mettiamo d’accordo per rivederci, anche qui su scintilla sua: stesso posto e (più o meno) stessa ora della settimana precedente. Lei ha una cena di laurea di un’amica, quindi potrebbe avere orari un po’ dilatati e mi dà una finestra: 23:00 – 23:30 circa, a seconda di quanto riuscirà a liberarsi in tempo. Non me ne faccio un problema, sarò elastico.
L’altra volta è stato solo un semplice e fortuito malinteso, è evidente!

Anche quella sera stesso copione: arrivo in perfetto orario, caffè, nuove chiacchiere col barista e attesa.
Stesso copione anche sull’abuso dell’elasticità che avevo idealmente concesso, dato che tutto finisce esattamente alla stessa maniera: sono quasi le 1:00 e, dopo quasi due ore di attesa vana, prendo e me ne vado.
Appena salito in auto stavolta però provo a chiamare, ma niente. Telefono irraggiungibile.
L’autostima sul pack artico nel frattempo si è suicidata nell’acqua gelida insieme a tutta la fauna circostante. Sono tutti lì che galleggiano a pancia in giu. Tutti morti, una strage.
Come una sala proiezioni che ha in palinsesto lo stesso film del venerdì precedente e di cui tutti già sanno il finale, in una strana sensazione di deja-vù, riprendo la strada di casa.
Stavolta però sono decisamente meno calmo della volta precedente.
Sono deluso, amareggiato. Anzi, sono proprio incazzato.
Nemmeno mi vedesse, anche stavolta dopo 15 minuti dalla mia partenza suona il telefono. Messaggio. «Parto ora, arrivo!». Sono le 1 di notte.

Pensiero a voce alta: E’ surreale sta cosa… E’ lo stesso identico modo di fare dell’altra volta.
Deve proprio viaggiare su un altro fuso orario rispetto al mio per avere sempre 2 ore fisse di ritardo e scrivermi che sta arrivando sempre nello stesso identico momento…

A quel punto non taglio corto, ma esprimo il mio disappunto, perché a me sta bene tutto, ma farmi prendere coscientemente in giro e stare agli altrui comodi no.
Sono una bestia.
Mando di risposta un messaggio audio mentre sto percorrendo la superstrada, minuti e chilometri che mi sobbarco inutilmente per la seconda volta a vuoto in pochi giorni.
Le faccio presente che, di principio, non costa molta fatica né molto tempo avvisare con un messaggio di un ritardo o di un’impossibilità a venire a un appuntamento, eppure sarebbe stata una carineria apprezzata oltre che dovuta tra persone “per bene”.
Questa mancanza di premura poi stona proprio essendo stata lei a organizzare questi “incontri” entrambe le volte. Soprattutto non c’azzecca niente dato che viene manifestata da chi ha già ampiamente dimostrato che dietro a un cellulare ci vive e a quanto pare ci costruisce pure le basi dei rapporti, visto che in tutto il nostro “sentirci” mi aveva letteralmente sommerso di messaggi (nel totale dei 2 mesi scarsi in cui ciò è avvenuto ce ne sono stati quasi 11mila, UNDICIMILA!, fanno 200 al giorno. Tolta le 8 ore di notte sono di media uno ogni 4 minuti, vedete un po’ voi…), inoltre aggiungo che il modo di fare, così, approssimativo per non dire di peggio, mi sta andando proprio sui coglioni.
Mah, forse sarò io quello “strano”, ma credo che non sia normale darsi “appuntamenti” (virgoletto perché mi dirà in seguito che non dovevo considerarli così) se non si ha poi la certezza di poterli attendere.
Aggiungo che non è la prima volta che mi rivolge questo atteggiamento squallido e superficiale, manco fossi alle sue dipendenze come un cagnolino. Se questo è il tenore della discussione, basta comportarsi di conseguenza: smettere di sentirsi, non dare tutta questa considerazione e sgonfiare il tutto sparendo piano piano.
E’ stata un’illusione, diciamo così, anche se io avrei preferito mille volte un “ma che vuoi? ma non mi rompere i coglioni e non darmi noia” detto subito, piuttosto che essere “adescato” e poi trattato da deficiente.
Soprattutto poi non ci si può muovere in questa dicotomia in cui vengo sommerso di contatti da mattina a sera e poi di persona sembro evitato, addirittura non presentandosi alle occasioni di incontro da lei stessa organizzate. Ma che modi di merda sono?
Dopo il mio messaggio anche lei alza un po’ i toni dicendo che non devo esagerare, che non dovevo farla lunga e che non aveva capito che ero venuto lì appositamente per lei (Prima mi invita a vederci e poi mi dice che non sapeva che venivo per lei? Ma come!?).
Dopo diverse incomprensioni un po’ la situazione rientra, anche qui con numerose scuse e scusanti, tipo che il telefono non le prendeva nel luogo in cui si trovava e che per questo non aveva ricevuto la chiamata e non poteva contattarmi per avvisare.

Nei giorni successivi, dopo un mezzo chiarimento, la giostra riparte. I contatti proseguono, continuamente, come sempre più da parte sua che da parte mia e sempre con il resoconto dettagliato della sua quotidianità di mezzo. Durante un weekend in una capitale estera con un’amica, oltre alla solita telecronaca (“ci stiamo perdendo nella metro”, “ho mangiato una roba piccantissima” e altri dettagli inutili del genere), passa pure diverso tempo con me al telefono, chiamandomi. Mi sciolgo di nuovo, come se avessi dimenticato l’incazzatura di pochi giorni prima (sono stupido, lo so). Più che essere stupido, la realtà è che iniziavo a rendermi conto di essermi invaghito (ebbene sì, l’ho detto), in quella fase in cui magari può capitare di sbottare e poi invece si tende a perdonare (quasi) tutto.
Al suo ritorno cerco di strappare un paio di uscite nonostante i pregressi a dir poco disastrosi e nonostante il mese in apnea in cui mi trovavo, districandomi tra i mille impegni che avevo e per i quali non c’ero praticamente mai.
Le uscite vanno (inaspettatamente, visti i pregressi) in porto. Ci si vede per un caffè lungo un intero pomeriggio e a cena fuori (cena “lampo”, causa impegni) una decina di giorni dopo.
Il telefono continua a suonare e, nelle serate passate in compagnia delle altre persone con cui si lavorava, era quasi sempre appiccicata a me, anche quando me ne stavo in disparte. Si prese anche i miei rimbrotti di non stare troppo appiccicata perché in quel contesto (serio) non mi pareva il caso di lasciar trasparire troppe smancerie.

Arriva poi il giorno in cui il progetto “lavorativo” che stavamo portando avanti insieme agli altri volge (con successo) al termine. Cerco di capire se, venendo a mancare il principale motivo per il quale ci eravamo conosciuti e avevamo le principali occasioni di vederci, dopo ci si vedrà e ci si sentirà ancora (parecchio confuso dai suoi atteggiamenti altalenanti) o se invece tutto morirà così e si chiuderà quella che verrà archiviata come una parentesi.
Con una battuta mi dice di sì, che non ci si deve perdere di vista e che, venendo a mancare il motivo principale del nostro essersi incontrati, per il dopo «bisognerà inventarsi qualcosa».
A conferma di ciò, continuiamo a sentirci come e quanto prima. A tratti forse anche più.
A bocce ferme, finito il lavoro e rientrata lei da fuori regione in maniera stabile, un pomeriggio durante la settimana la invito a uscire, con fare un po’ più deciso delle altre volte. Le chiedo di vedersi la sera stessa per prendersi qualcosa da bere. Purtroppo però il mio invito viene declinato avendo lei già in agenda una cena con amiche. Di rimbalzo però mi dice che nei giorni immediatamente successivi è disponibile ad uscire una sera.
Ci accordiamo per il sabato sera, dato che nei giorni precedenti, tra cene e impegni suoi e miei, non c’era nessuna serata congeniale a entrambi. In quei giorni continuiamo a sentirci. Tutti i giorni. Tutto il giorno. Come al solito.

Arriviamo al pomeriggio del sabato. Tra un messaggio e l’altro le chiedo lumi su come organizzarci per la serata in centro.
Mi arriva il seguente, aberrante, messaggio: «io stasera sono in centro, ma sono a cena con un “amico” 🤷🏻» (scritto proprio così).
Lì per lì ci rimango un po’ così, non credo di aver capito bene, anche perché se è una presa per il culo non mi sta piacendo.
Replico che, visto che le cose stanno in questa maniera, può star tranquilla che non ci vedremo e non le romperò le scatole. Lei risponde che le scatole è probabile che sarà lei a romperle a me.
Io, ormai imbruttito istantaneamente, non colgo.
Mi spiega, e la toppa è peggio del buco. Mi dice che questo “amico” con la quale sarebbe uscita era è un ragazzo che frequentava da “giovane” (come se ne non l’avessi capito) e che, essendo ritornato dopo diversi anni di distanza, le aveva proposto di vedersi e uscire insieme. Tutto questo, pur essendo già in parola con me da giorni.
Aggiunge però che, visto che non lo conosce bene e per la sua avversione e diffidenza negli uomini, non sa che serata ne verrà fuori, chiudendo la frase con un «semmai dopo ti chiamo». …

Pensiero a voce alta: Ma come non lo conosce? Non lo conosce e quindi non si fida? Ma come fa a non conoscerlo dato che ha detto appena detto che è uno con il quale “da giovane” si frequentava?
Cioè, lei frequentava gente che non però non conosceva? Ma che cazzo sta dicendo???

Già con una mezza morte nel cuore per l’inaspettata notizia di quella che di fatto è un’uscita a due dopo che tutto quell’attaccamento delle settimane precedenti sembrava puntare in altra direzione, rimango interdetto.
Sto zitto per un po’, non avendo proprio nulla da dire, però mi continua a rimbalzare in testa (come una pallina da ping pong sul tavolo durante una partita tra due campioni cinesi) la frase «semmai dopo ti chiamo». Ma… ma che vuol dire? Ma l’ho sentita davvero?

Lì trasecolo.
Più la frase mi rimbalza in testa e più il cervello, in liquefazione, mi esce dalle orecchie.
Le rispondo stupefatto che questo trattamento da maggiordomo che dovrebbe correre solo se “chiamato” e solo “semmai” servisse, come se dovessi andarla a “salvare”, mi fa imbestialire.
Ho pazientemente aspettato settimane tra sòle e comportamenti del cazzo l’occasione di poter uscire insieme in maniera decente in quella che sembrava essere comunque l’inizio di un qualcosa, forse l’abbozzo di una frequentazione, e adesso me la vedo saltare via così? E con questa motivazione, o meglio con questa scusa che sa tanto di presa per il culo dopo gli altri comportamenti del cazzo già ricevuti? Ma che davvero? Ma a che gioco stiamo giocando?
Per me può davvero bastare così. Nella migliore delle ipotesi parliamo lingue diverse, evidentemente troppo diverse. Nella peggiore mi sta trattando da pupazzo che sta prendendo per il culo.
Comunico il risultato dei miei pensieri: non ci vedremo e sentiremo né quella sera, né in futuro. Le auguro di starmi bene, di passare una buona serata e avere un buon proseguimento di vita. A un certo punto può anche bastare così, che mica ho scritto “giocondo” in faccia (ndr. dalle mie parti significa essere uno che è solito venire sbeffeggiato o preso per il culo denotando sempre serenità, come niente fosse)

Con nemmeno troppo stupore, anticipando le parole che in realtà non ho ancora detto (come può fare solo chi già sa tutto dentro si sé), mi risponde: «Richi scusa? Ti considero un amico, c’è qualcosa che devi dirmi!?»

Pensiero a voce alta: Dai ma è una volpona. Sta facendo la furba. Non c’è altra spiegazione. Se non è così, ovvero che la stupida la sta facendo, vuol dire che lo è. E lo è a livelli assurdi.
Devono avere proprio uno strano modo di intendere gli “amici”, queste ragazzine anni ’90. Mi conosce (poco) da un mese e mezzo, ci sentiamo da mattina a sera al telefono anche con qualche dolcezza e smanceria nel frattempo e ci siamo visti 2 volte scarse… Sarà che siamo amici, ma a me non pare.
Per noi “vecchi” degli anni ’80 queste cose non dico che siano veri e propri corteggiamenti, ma almeno frequentazioni o avvio delle stesse. Non sono di certo amicizie, che sono ben altra roba e vanno incanalate DA SUBITO su altri binari rispetto a quelli tenuti, con comportamenti assolutamente diversi.

Mi cadono le palle a terra in un tonfo avvertibile a diversi chilometri di distanza.
Leggo quei messaggi attraverso la carognata di farlo attraverso le notifiche del telefono senza aprirli e farli risultare letti, di modo da non dover rispondere in tempi brevi in preda ai nervi, tanto mi giravano i coglioni.
Quindi non riceve risposta per un po’ e nel frattempo, dopo qualche ora, mi manda un audio in cui dice se sia il caso di vederci di persona e parlare.
A quel punto me la gioco tutta: non la chiamo perché è l’ora di cena e non sia mai che poi diventi anche reo di averle rovinato l’uscita con “l’amico” e poi perché a voce forse avrei perso più facilmente le staffe senza il tempo di ragionare bene. Le scrivo e le dico come la vedo io, un messaggino tranquillo tranquillo, al gusto di vetriolo, riassumibile in questi punti:

Gli amici per me sono altri, quelli con i quali ho costruito la mia vita nel corso degli anni e coi quali ho vissuto esperienze, non le persone che conosco da 1 mese.

Tra di noi non c’è un’amicizia, c’è al massimo un rapporto in fase embrionale e indefinito, dove però va considerato che siamo un uomo e una donna e quindi non è il diventare amichetti la prima cosa che passa per la testa.

C’è stata troppa assiduità. Il che non è bene dato che sapeva (glielo avevo detto) che avevo maturato un po’ interesse senza bisogno di fingere di cadere dalla nuvole. Siamo grandicelli da sapere come funziona il mondo, anche perché se non l’avesse ancora capito non so più come spiegarglielo. Aggiungo la mia frase celebre: “devo farti un disegnino?” (cit.).

Tutto questa morbosità non è normale. Non è roba da amici, lo fanno al massimo quelli che “ci provano”, che stanno facendo gli imbecilli a vicenda. Se così non è vuol dire che qualcosa nel suo modo di rapportarsi è sbagliato. Si comporta così con tutti? Con quante altre persone tiene questo atteggiamento?

Scuse varie in cui dico che, paragonando la realtà all’idea che mi ero fatto, ero io evidentemente a non averci capito un cazzo. Non solo su di lei, ma proprio della vita in generale.

Lei legge il messaggio a tarda notte e dopo qualche minuto mi risponde ripetendo l’invito a vederci di persona e non attraverso lo schermo di un telefono (ebbene sì, l’ha detto davvero).
Il giorno dopo leggo la sua risposta e le dico che mi sta bene organizzare quest’incontro, anche se di cose da dire, io, ne ho davvero rimaste ben poche. Le lascio comunque la scelta di giorno e del luogo. Lei sottolinea quanto ci tenga a me, quanto le dispiacerebbe se ci dovessimo perdere, quanto non voglia rinunciare a “quanto costruito”.
(continua)

Il vaso di Rubin
Il vaso di Rubin

Pensiero a voce alta: Ma che cosa è esattamente questo “tanto che abbiamo costruito” che più di una volta mi ha nominato? Cosa abbiamo condiviso lei ed io aldilà di un caffè, una cena veloce e un’enciclopedia di messaggi? Quale vissuto abbiamo? Ma come fa a dire che siamo “amici” e che dobbiamo chiarirci di persona e non attraverso lo schermo di un telefono? Con quale credibilità dice questa cosa, dato che ci siamo parlati attraverso un cellulare per il 99,99% del tempo soprattutto per volontà sua, avendo lei evitato la quasi totalità delle occasioni “reali”? (11mila messaggi vs. le due sòle ricevute, il caffè e la cena)
Questo “costruito” che mi nomina pare il Vaso di Rubin. Puoi vederci un vaso, puoi vederci due volti, o puoi vederci entrambi. Nei rapporti tra persone però non è così: in genere o è l’uno o è l’altro, o siete amici o siete qualcos’altro.
Se in questo torbido che è stato creato uno ci vede una cosa e uno ne vede un’altra è un esempio evidente di communication breakdown, vuol dire parlare o aver parlato lingue differenti e non capirsi più o non averci mai capito niente.

(prosegue)
…e dice che se non ci dovessimo più parlare, o non dovessimo salutarci per strada, la cosa non le andrebbe giù.
Segue breve (ma accesa) discussione in cui il rumore predominante è quello delle mani che graffiano sugli specchi. Lei svicola un po’ e si contraddice numerose volte.

In primo luogo si comporta come una che “non aveva capito” la situazione e che cade dalle nuvole, anche se la sua reazione di stupore è stata meno credibile della sceneggiatura di un film porno.
Subito dopo mi segue nel discorso in cui cercavo spiegazioni plausibili alla sua assiduità. Lei sostiene che effettivamente si era resa conto che ci sentivamo troppo e in maniera troppo morbosa e conviene che tutto ciò non era normale. Così facendo però implicitamente si tradisce, facendo emergere che si era perfettamente resa conto della situazione e di conseguenza il suo continuare a gettare benzina sul fuoco non era quindi del tutto involontario.
Per ultima, la perla: dice che se più di due volte non ci eravamo visti era perché “di più non voleva”, cosa che cozza decisamente con il non essersi accorti di niente di cui parlava all’inizio e soprattutto con la logorrea testuale telefonica che aveva instaurato. La stordita quindi sapeva a quale gioco stavamo giocando, altro che fraintendimento, altro che “amico”. Ci ha giocato finché la cosa gli stava bene o non gli è sfuggita di mano.

Bene. Segno tutto e me lo porto in mente per la discussione di persona, ma prima continuo a stuzzicarla un po’ sul tema. Lei aggiunge che sostanzialmente da parte sua non c’era alcun interesse per me, altrimenti lo avrebbe manifestato accettando inviti o addirittura creando occasioni per vedersi, perché quando ha dell’interesse lei di solito fa così, dice.
Ora, se uno è stato attento finora e ricorda i “quando ci rivediamo, io e te, cretino!” e le due occasioni da lei organizzate a cui poi non si è presentata, si accorgerà che è un’altra contraddizione bella e buona. Se non voleva vedersi non doveva stuzzicare o proporre occasioni, altrimenti significa che menti sapendo di mentire.
A questo punto la provoco: dico che mi sta bene così, che è più che evidente che non ci eravamo capiti e quindi possiamo allontanarci perché è naturale che con queste carte in tavola sia il caso di interrompere tutto. Tra di noi si è innescato un rapporto malato in cui ci stiamo vedendo e sentendo su due piani differenti e che l’unica soluzione è riportare tutto sui binari giusti che a quanto pare sono quelli dell’essere conoscenti o poco più: quelli del non ci dobbiamo vedere più di tanto (come da suo desiderio) il che significa vedersi e salutarsi e prendere un caffè solo se ci si incontra per caso da qualche parte, e di conseguenza sostengo che tutto il contatto telefonico quotidiano e assiduo vada (per forza di cose) stroncato ed evitato.
D’altronde funziona così, no? E’ naturale e ci starebbe tutto. Mica è il primo “no” che mi becco in vita mia. Però di certo non si dimentica e non si riparte avendo la persona tutto il giorno che ti punzecchia.

Mi dice che non vuole. Queste condizioni non le piacciono, non vuole smettere di avermi “vicino”. Io nel frattempo rido tra me e me, avendo fatto centro e vedendo saltare il tombino da cui schizza via a pressione altissima la sua contraddizione.
Nomina ancora il “costruito” e termina dicendo che in settimana ci aggiorneremo, ripetendo che non aveva assolutamente voglia di parlare al telefono di questa situazione vista l’importanza dei temi che stavamo affrontando, invito a cui anche io mi accodo.

E’ nella confusione più totale.
Dice tutto e il contrario di tutto.
Mi cerca solo per telefono e allo stesso tempo non vuole parlare attraverso uno schermo.
Non vuole avermi vicino più di tanto, ma se io acconsento di allontanarci mi dice che non le sta bene e che non vuole perdermi.
Non vuole vedermi perché ci siamo visti due volte, ma non vuole trattarmi da conoscente. Che poi, anche qui, io mi domando: se domani prendessi un mio amico, uno qualunque di quella banda di bucanieri che mi sopportano da anni contro ogni più rosea aspettativa, e al suo invito a uscire per una birra rispondessi “no guarda, ci siamo già visti due volte negli ultimi tempi, non voglio vederti così spesso…” chiamerebbe la neuro o quantomeno non mi parlerebbe né cercherebbe più perché è veramente una risposta del cazzo.
Quindi, anche volendo, che cavolo di amico sono?
Non è credibile. Suvvia, la sua versione non sta su.

Rimaniamo con questo incontro in sospeso. Incontro che aspetto con ansia, perché a me le questioni che fluttuano a mezz’aria danno fastidio e con le persone piace parlare faccia a faccia. Sono cresciuto negli anni ’90, nell’epoca dei rapporti creati e vissuti di persona, non in quella dei 12enni col telefonino. Io suonavo a casa per invitare gli amichetti del quartiere a uscire e giocare a pallone, non gli mandavo un sms per giocare online con la PS4. Io con le persone ci parlo, non mi metto i like e i commenti sotto le foto di Instagram con gente che sta a 20 metri di distanza.
Passano giorni di silenzio assoluto. Nella settimana successiva, quella in cui dovevamo parlare, lei sparisce nel nulla. Evapora.
Non si fa sentire per niente, muta come un pesce in totale antitesi con le settimane precedenti in cui mi affogava di messaggi e in contrasto con quella sua voglia di “non perdere quanto costruito”.
L’invito a parlare (che lei doveva procacciare) non arriva. Addirittura il venerdì sera mi incrocia passeggiando in centro col suo gruppetto di amici/che e non mi saluta.

Arriva di nuovo domenica. La settimana in cui desiderava parlarmi urgentemente, vista “l’importanza dei temi della discussione”, è appena terminata.
Io sono sdraiato sul prato dell’ippodromo del Visarno a Firenze in fremente attesa per il concerto dei Cure per cui avevo comprato il biglietto 9 mesi prima. E’ tardo pomeriggio. Fa caldo, sono 30°C abbondanti e suonano gli Editors. Estraggo il telefono dalla tasca e mi viene l’idea di chiamare per dare un colpo di grazia definitivo alla situazione. Poi mi sovviene che in quel momento lei aveva un impegno importante e di cui sapevo da tempo.
Desisto.
Comincio però a scrivere quel che penso: le mando un messaggio. Un’altra filippica, ma dai toni molto diversi dalla precedente:

Le faccio i complimenti per per le palle dimostrate in questa chiacchierata a voce che ha prima chiesto a gran voce e poi “così ben organizzato”. In effetti tutto torna, un po’ sulla falsa riga di quei non-appuntamenti e dei modi in generale, che rimangono sempre a metà strada su un terreno molto interpretabile. Ho proprio percepito la sua voglia di chiarire, oltre che la sua coerenza e linearità.

Dire a qualcuno di tenerci è una cosa importante. E se era davvero così, la mezz’ora per parlare l’avrebbe trovata. Le occasioni di vedere una persona, se non càpitano, si creano. Era evidentemente la voglia a mancare.

Insulti vari alimentati da una profonda delusione per la persona che spaziavano dal più sobrio “opportunista” al più violento “gatta morta”, per finire con “finta verginella” che si spaccia da perfetta perbenista quando in realtà è una sconclusionata.

Metto in risalto le contraddizioni in cui continua a muoversi, le comunico la decisione che, se ha voglia di prendere per il culo qualcuno, può tranquillamente cercare qualcun altro a cui carpire attenzioni e vitalità. Le dico che dovrebbe imparare a stare al mondo. La invito alla crescita perché quello da lei dimostrato è un comportamento estremamente infantile, oltre che viscido.

Altri insulti vari, addio e a mai più risentirci.

Spengo il telefono. Con istinto da guastatore mi aspettavo una risposta a tono, una risposta che desse il colpo di grazia a questa situazione, ma non volevo rovinarmi il concerto.
La sua risposta invece è spiazzante: non c’è violenza, ma remissività. Sostiene di aver pensato che fossi io a non volerle parlare (io, che le avevo pure dato carta bianca per la scelta di luogo, giorno e ora della chiacchierata da organizzare!), sostenendo che ne era troppo convinta e che il pensare ad oltranza non premia e per questo non l’aveva fatto.

Continua dicendo che la volta in cui ci siamo incrociati non mi aveva visto, altrimenti avrebbe colto l’occasione di parlare. Dice che non devo dire cavolate e che lei, col tempo, aveva imparato a volermi bene e che la fregatura di tutta la situazione era questa. Mi augura infine “buon concerto”, come se si ricordasse i miei impegni pur non essendone informata ormai da settimane.

Il giorno dopo (i concerti sono sacri e non ci si fa il sangue amaro con le discussioni) chiarisco che io l’occasione di parlare gliela volevo dare, ma non mi pare l’abbia voluta cogliere. Mi risponde che è bene evitare che nascano altri equivoci: chiede di vederci la sera successiva sera. Io di mio ho la faccia come il culo e non mi tiro di certo indietro: accetto.

La sera dopo sono all’ora stabilita nel posto stabilito. Lei è, come al solito, in ritardo. Arriva il “solito” messaggino: «tardo 5 min, arrivo». A differenza delle altre volte però, arriva appena scocca l’ora dell’appuntamento, non con le solite 2 ore di fuso orario. Stà a vedere che un po’ ha capito come si sta al mondo e come ci si rapporta con le altre persone, mi dico.

Dopo poco la vedo arrivare. Io sono seduto sui gradini del monumento al centro della piazza. Ci salutiamo e, dopo le prime frasi di rito, la discussione che ne segue è paradossale. Le dico di parlare, di farlo liberamente. Lei dice che devo parlarle io. Ma come? Sono l’unico dei due che ha già palesato tutto: ciò che ha visto, ciò che pensa, addirittura ciò che cominciava a “provare” e ciò che non gli è piaciuto. Cosa dovrei continuare a dire, che altro c’è da aggiungere? Forse è lei che mi dovrebbe dare qualche spiegazione.
Stiamo due ore insieme in cui a quanto pare io sono l’unica forma di vita senziente e dotata di potere comunicativo.
Sì ho detto proprio “io”. Io che in realtà sono quello che più si è scoperto. Che si è messo in gioco in tutti in sensi. Che dovrebbe essere più in difficoltà. Che sta giocando a cuore scoperto. Che si è preso una sbandata per la persona che ha davanti e si vergogna anche un po’ a trovarsi lì. Io parlo. Lei no.
Pur avendo teoricamente la mente sgombera da ogni freno, anche emotivo, lei sta sulle sue.
Tra le non risposte, riparto dai fondamentali, dato che su altri campi non mi seguiva. Le chiedo se trovasse normale tutto questo attaccamento, tipico al massimo di due che si sentono da poco con mutuo interesse. Mi risponde di no.
Le chiedo se quello avuto con me fosse un comportamento usuale anche con altre persone. Mi risponde nuovamente di no.
Mi dice che sapeva che tutto questo attaccamento non era normale, che però le veniva naturale. Le veniva naturale sentirmi in quella maniera assidua e avere quel tipo di contatto con me.
Le dico che, in mancanza di altro, quell’assiduità è una cosa che non può funzionare e deve smettere di esistere. Le rammento inoltre che mi sta facendo questo discorso la stessa persona che, pochi giorni prima, mi aveva fatto quel discorso sul non essersi visti con maggior frequenza perché lei non voleva esagerare (chissà se dopo questa frase potrà ancora dire di non aver capito quale aria stesse tirando, cadendo dalle nuvole?)

Stando alle sue parole, quindi, lei vorrebbe tartassarmi al telefono tutto il giorno, ma non vedermi praticamente mai di persona. E poi mi chiama “amico”. Tutto questo non ha senso. Ma che forma di schizofrenia è?
Incalzo: «Allora vorrei capire. Stai tutto il giorno appiccicata al telefono con me e non ci stai nemmeno con la tua migliore amica né con nessun altro. Al contempo, però, non vuoi vedermi più di tanto… mi spieghi che situazione è, perché evidentemente io non l’ho ancora capita». Non risponde.
Resetto il cervello e cambio le carte in tavola. Forse mi sto ponendo male. Dato che io sono suo “amico” (così dice), ma al contempo dice che la conosco pochissimo e che quindi non la posso capire, le chiedo di parlarmi di lei, di dirmi chi è veramente. Se le sono così vicino al punto di starmi tutto il giorno attaccata al telefono, dovrò pur sapere qualcosa sul suo conto, sul suo vissuto: pensieri, spauracchi, quali sono i tasti da toccare e quali no, soprattutto dopo che di chiaroscuri ne ho visti già troppi. Insomma, vorrei sapere con chi ho avuto a che fare negli ultimi mesi, chi è davvero la persona che ho davanti, come è moralmente, interiormente, cosa c’è nel segreto della sua testa aldilà di quello che vuole apparire. Se vogliamo continuare a giocare a questo tavolo devono sparire misteri o segreti. Caliamo la maschera. La mia è già nel bidone dell’indifferenziata da settimane.
Mi risponde che “non vuole parlare di lei”, che “non devo farle troppe domande altrimenti poi si chiude a riccio”.
Andiamo bene. Chiede di parlare e poi non ha niente da dire e nemmeno risponde a domande semplici. Ripete che abbiamo “costruito tanto”, ma al contempo non dice nulla di lei.
Ma che stiamo giocando a Cluedo? Andiamo per indizi?
Si contraddice e devia come una persona che non hai mai detto una sola parola di verità sin dall’inizio.

A fine serata, senza che si fosse cavato un ragno dal buco, ci salutiamo. Ognuno per la sua strada, ognuno verso la propria auto. Dopo pochi metri fatti insieme, quando ci separiamo, mi guarda e mi chiede «ma non mi saluti?»
Io sinceramente non ne avevo affatto voglia. Avevo finalmente capito il doppiogiochismo e la falsità di quella che invece ritenevo essere una persona più che valida. Quella sera ho capito di aver buttato via settimane, energie, pensieri e carica emotiva per una scatola vuota. Bella quanto si vuole, ma vuota. Giorni a perdere.
Lei mi viene incontro e mi saluta, bacio su guancia destra e sinistra. Io fermo. Mi sa che non ha capito che per me era giunto il capolinea visto che di persone enigmatiche, fumose e contraddittorie ne ho fin sopra i capelli (che non ho più) e tendo ad evitarle come la peste.
Se non l’aveva capito, glielo ho rispiegato con maggior chiarezza due giorni dopo quando mi ricontatta lei, ripetendole che per me si chiude tutto e che, qualora ci si incontrasse per strada, ci si dirà un civile “ciao”, ma dopodiché ognuno per la sua strada. Se il livello è quello che mi ha fatto vedere, allora bisogna prendere quello a parametro generale. Anche tutto quel “sentirsi” va stroncato, non è sano.

Piuttosto che essere popolare e easy come la Punto e trovare l’acquirente, ha voluto per forza tornare ad essere la Ferrari che ho nominato all’inizio. Rossa fiammante e ingestibile, quella che tutti guardano e che alla fine nessuno si accolla, mentre passa i mesi e gli anni nell’autosalone, in attesa che qualche gonzo (forse) se la prenda.
Una persona opportunista che se la tira da paura, che fa le moine per interesse e non perché ci crede. Una falsa di prima categoria.
Io mi “accontento” di persone più semplici, più trasparenti, più vere.
Che poi, alla fine, il dubbio che qualcuno potrebbe avere è: avrebbe avuto senso essere meno netti e continuare a sentirsi e vedersi ancora senza dare giudizi affrettati?
Io credo di no. Gli occhi sono inutili quando la mente e il cuore che ti trovi di fronte sono ciechi.


Post Scriptum del 25/06/2019

Poste quelle condizioni, che ritengo naturali e scontate, confidavo nel barlume di intelligenza della persona di fronte alla mia chiarezza.
Ne confidavo finché, dopo circa una settimana, mi ricontatta lei.
Ritorna dal nulla (come al solito tramite “schermo“, ovviamente) con un messaggio: «Richi posso sapere che cosa hai?» riferendosi evidentemente al fatto che io in questi giorni sono morto, sparito.
Al di là della frase che denota una mancata comprensione sin dalle basi di una situazione palese, chiara, già spiegata e già discussa, ed una assoluta indelicatezza e incapacità nel trattare i rapporti personali, devo dire che qui è evidente anche una grossa lacuna nell’uso della lingua italiana e dei concetti che si possono esprimere attraverso la stessa.
E’ chiaro che la pupa non ha proprio inteso come funzionano le persone, almeno quelle di un certo tipo. Non ha capito cosa significa quando una persona dice “ti saluto, che questo gioco non mi piace. Mi allontano”. Non ha ben chiaro che non tutti i maschietti sono cagnolini con la bava alla bocca a cui basta tirare il guinzaglio per far sì che tornino scodinzolando. In mezzo ai maschietti ci sono anche uomini che non elemosinano, non sbavano e che quando dicono una cosa la fanno. Quelli che indietro non tornano. Le occasioni di parlare, di chiarire, di recuperare gliele ho date, ma non le ha mai volute cogliere. Anzi, ha sempre fatto sì che la situazione peggiorasse di volta in volta.

Le riaffermo ancora una volta la mia volontà di tagliare ed evitare di proseguire rapporti malati. Lei replica ancora con quel suo «Te l’ho detto cosa vorrei. Continuare più leggermente sulla scia di quel poco che abbiamo “costruito”».

Pensiero a voce alta:Ancora sto costruito che ritorna per l’ennesima volta. Ma Cristo, qui mi volete far uscire di testa!
Si può sapere che cazzo è sto “coso” che vuole proseguire? E’ forse il voler passare altri mesi a mandarsi un trilione di messaggini futili senza vedersi, frequentarsi, uscire, perché “ci siamo visti due volte, di più non volevo?”
Ma stiamo scherzando? Ma cosa vuole questa? Il confidente telefonico?
Io non ho bisogno di “accolli” di Zerocalcariana memoria. Credo che qui a forza di nominare la “leggerezza” siamo al punto che per tale stiamo confondendo quella che in realtà è una superficialità clamorosa. Io, come direbbe Kundera, mi colloco tra la schiera dei pesanti e quindi mi piacciono i rapporti veri, vissuti, autentici, su cui puoi basare fiducia e dei quali non devi dubitare. I rapporti “leggeri” di quelli che ci sono oggi e domani chissà, li lascio via. Il consumismo del “ti vivo oggi e ti cerco quando non ho di meglio da fare o se ne ho necessità” non fa per me.
Possibile che lei non capisca che dietro ai propri comportamenti, ai propri atteggiamenti inusitati per quantità e frequenza, ai propri contatti asfissianti ed esagerati, se non c’è dell’altro è bene stroncare tutto? Ma che vuole che qui si continuino i contatti con l’assiduità che si potrebbe avere con un fidanzato, senza però esserlo?
Mi ha trattato al telefono come il ragazzo, di persona come un conoscente che a tratti quasi evita e al quale dice che non può pretendere nulla e poi dice che mi reputa un amico?
Ma che oh!? Vuole gente che le stia davvero intorno a reggere il moccolo? E quello che “vorrebbe” lei cosa conta a questo punto? Conterebbe se ci fosse stata chiarezza, la manifesta volontà di dire che se davvero voleva costruire un’amicizia a cui tenere si fosse fatta un po’ un bagno di umiltà e si fosse aperta per far capire il suo pensiero, ma non così, non dopo quella farsa di incontro che ha preteso e in cui è emerso che l’apertura e la serietà è stata solo da una parte, mentre l’ambiguità, la volatilità e l’inaffidabilità solo dall’altra, parte rimasta chiusa nei suoi silenzi, abbarbicata nel suo alone di inutile mistero.

Glielo ridico: non voglio avere contatti assidui con gente che, per sua stessa ammissione, non vuole essere niente più che un numero di telefono per me. Fare l’amichetto virtuale anche no, grazie.

Mi risponde che io allora non ho capito nulla di quello che mi sta dicendo e che «evidentemente tra di noi c’è incomunicabilità».

Devo dire che questa è una delle poche cose sensate uscite dalla sua testa nell’ultimo periodo, ma la sostiene quasi volesse trovare l’ennesimo cavillo per darsi ragione quando, in realtà, è proprio lei la parte gravemente deficitaria in termini di comunicazione. Da che parte provenga l’incomunicabilità, tra una persona che ha detto tutto quel che poteva, voleva, pensava e provava e l’altra che è rimasta abbottonata, trincerata nelle sue contraddizioni, svicolando tra mancante risposte, pare più che chiaro.
Le mie palle, sì, quelle già da tempo cadute a terra (il famoso tonfo sonoro), vanno sotto terra. Camminando potrei arare un intero campo.
Basta. Chiusura violenta.

Io non riempio vuoti, non colmo assenze, non occupo spazi a comodo altrui: io vivo, non mi limito a esistere. Non faccio l’elemosina a persone con vuoti, scarsa autostima e bisogno di affermarsi a spese e fatica di altri. Queste personalità attirano perché all’inizio fanno ti fanno sentire utile e prezioso, speciale, importante. Creano un rapporto di alta intensità passionale, ma volatile e instabile. Quelle che oggi ti tengono come la cosa più preziosa che hanno e domani chissà.
Chi è pieno di vuoti è popolato a sua volta da insicurezze. Se ha carenze, che le colmi, ma non con me. Che si faccia una vita. Che si rivolga agli amici, quelli veri o “virgolettati” che siano, per stressarli tutto il giorno, quelli che nella “scala dei valori” che diceva di avere, stanno sicuramente in posti più alti di me, evidenza dei fatti alla mano.
Che si trovi un ragazzo se ne ha bisogno, non surrogati dello stesso da cui elemosinare importanza, attenzioni e alimentare giochi al massacro.

Quello che poteva essere un semplice fraintendimento e come tale poteva essere superato con quattro parole, ha in realtà rivelato una persona dalla natura torbida, poco schietta e poco incline ad emanare chiarezza e buone sensazioni. Tutto ciò che pareva esserci di buono è collassato sotto il peso di un’immaturità, una meschinità e superficialità eclatanti.
Se si è fatto presente e messo in chiaro che uno comunque si è affezionato e ha imparato a tenerci, approfittarsi di questo per proprio tornaconto rimanendo nel vago non è normale, è da speculatori emotivi.
Non penso di meritarmi trattamenti del genere. Non penso di essere una persona scorretta o con più facce. Non penso di essere nemmeno uno così difficile da capire, anche perché quasi sempre esterno chiaramente quello che penso.
Credo di essere una persona con cui si può ragionare e che comunque sa anche prendersi le sue responsabilità e affrontare una situazione se non evolve come si spera. Non ho paura di ricevere un diniego, ci mancherebbe, e proprio per questo ho una regola fondamentale: voglio che mi venga detta la verità e non tanti giri di parole, perché se mi prendi per il culo (o tenti di farlo), mi tieni vicino per comodo o mi tratti come uno scemo, io non solo me ne accorgo, ma poi mi incazzo pure come una bestia e divento intrattabile.
Quando questo succede, nei complessi meccanismi di una persona che evidentemente pensa solo a incrementare il suo “harem” di conoscenze da tenere buone perché “non si sa mai che mi possano servire”, non sarò mai un ingranaggio del suo meccanismo perverso, ma mi diverto a diventare il sassolino, la pietrina che si insinua tra gli ingranaggi e che li fa saltare uno dietro l’altro, a cascata; il numero sbagliato di un’equazione che poi non fa tornare più i conti di chi pensa di dettare le regole di un gioco sadico; la pecora nera che stona nel mezzo del bianco gregge e che ti deturpa la fotografia. Eccolo il mio ruolo a queste condizioni.

Insomma: più gli stronzi mi tirano il guinzaglio pensando di avvicinarmi, più mi allontano. E più insistono nell’essere stronzi, tanto più il mio allontanarmi è inappellabile.

Bisogna evitare le persone così. Vaghe, indefinite, che vivono sul filo dell’ambiguità e dell’equivoco per proprio tornaconto.
Persone che non sanno avere slanci, che dicono di essere appassionate, dolci, romantiche, ma che poi sono grette, asettiche e indefinite.
Uccelli che non sanno volare, non sanno gettarsi, anche col rischio di farsi male forse, ma non fanno quello che alla fine è il bello del vivere: provare, osare, mettersi in gioco. Per paura, forse, o per convenienza, rimangono appollaiati a vita al loro ramo.

Stanno lì, nel loro recinto senza uscire, senza sporgersi nemmeno un po’.
Vivono in quella che io chiamo la democristianità emotiva, in mezzo a quegli estremismi che scansano non pensando che, qualche volta, sono pure quelli che rendono la vita degna di essere vissuta. Non vivono mai le cose fino in fondo.
Talmente equidistanti da tutto che non sanno provare niente. Né in positivo né in negativo. Non vogliono bene, non detestano, non ti coccolano e non ti aggrediscono. Ti tengono vivo col minimo sindacale perché non si sa mai che gli puoi servire.
I democristiani emotivi vivono senza emozione o, meglio, sopravvivono.
Vivacchiano accompagnati da un’emozione viscida che non è niente e in cui l’asticella si sposta di pochi millimetri sopra o sotto lo zero della neutralità e dell’apatia.
Non vanno mai oltre: non avvicinano e non allontanano: ti lasciano lì, in un insieme indefinito di persone in mezzo al nulla come fossi un numero, una pedina di un grande scacchiere dove il tuo peso è ininfluente.
Gente che non sa avere coraggio di buttarsi perché non sa nemmeno cosa fare di sé. Non sa come vedere e rispettare gli altri e come rispettare sé stessi, perché anche da sé stessi sono sempre in continua fuga. Forse sperano che arrivi qualcuno a cambiargli la vita con una larga dote senza però essere mai loro i primi a darsi una scossa per cambiarla.
Gente che non sa parlare chiaro, che non sa cogliere i momenti (nel bene e nel male) e che preferisce sopravvivere nel mezzo di un mediocre e insipido qualunquismo che non scomoda nessuno.

Sono non-morti. Camminano, parlano, ma non hanno un’idea, non hanno un’opinione, un caposaldo o un valore. Sono inconsistenti.