Manuale di sopravvivenza alla democristianità emotiva

Succede che conosco una ragazza (“do you want applause?” cit. ), so che non fa notizia, ma è un inizio così, a caso.

Va specificato che a dire il vero la “conoscevo” da qualche mese per via di un giro di amici in comune in cui qualche volta ci eravamo visti per collaborare a un progetto. E’ carina. Questo l’avevo notato sin da subito, d’altronde mica sono cieco. Però, dato che ormai ho una certa età, l’essere solo carina non mi fa più di tanto effetto. Non ci faccio nemmeno molto caso a dirla tutta. La fase ormonale dell’adolescenza l’ho passata e ciò che guardo in una donna non è quello, ma ben altro.

E’ un po’ come trovarsi davanti una bella macchina sportiva. Una Lamborghini o una Ferrari ad esempio. Nessuno si ferma più di tanto a guardare una Punto. Una Ferrari invece sì. È è ovvio esclamare tra sé “Wow!” e fermarsi qualche secondo a guardarla, scrutarne le livree, gli interni, ad ascoltarne il rombo, ma se non sei proprio uno di primo pelo e un cafoncello qualunque, sai che quella è pura ammirazione estetica da maschietto che rimane lì, perché poi realizzi che, in mancanza di altre qualità più profonde, rimane una cosa bella da vedere e basta, risultando ingestibile, scomoda, inadeguata. Quindi la archivi subito come cosa “vista” e te ne torni a pensare ai fatti tuoi. Tempo? 20 secondi.
Una ragazza non è di certo un’auto, ma per capire il concetto è un esempio che funziona. Tutti guardano le Ferrari, ma poi si comprano uno Clio.
Che macchina ho io? Una Sandero, bianca. Non sarà l’auto più bella del mondo, ma a me piace, mi basta e anzi mi soddisfa proprio, è affidabile, spaziosa e versatile e me la sono potuta permettere sia per acquistarla che poi per mantenerla. Bisogna guardare oltre l’apparenza e optare per quello che più si adegua alla propria persona.

Dico questo per far capire come ragiono io: sono abbastanza pragmatico sia riguardo a cose che persone, mi piace la semplicità, la normalità che scaturisce dall’immediatezza.

Il caso sostanzialmente è lo stesso anche sul piano umano. Ragazza vista e apprezzata, ma interesse pari a zero, il famoso archivio in cui finisci dopo 20 secondi. Avevo anche il numero salvato in rubrica ma non mi era passato nemmeno per l’anticamera del cervello di utilizzarlo per altri scopi diversi da quelli “professionali” per cui ce l’avevo. In tutte quelle occasioni ci si è solo limitati a condividere gli stessi spazi in compagnia degli altri amici per lavorare al progetto che stavamo portando avanti. Punto.

Dopo diverso tempo succede però quello che nessuno si aspettava, ovvero che, dopo tutti quei mesi “in gruppo”, cominciamo a sentirci al telefono privatamente per un motivo molto “tecnico” legato al lavoro che stavamo portando avanti. Passano i giorni, i contatti proseguono e si infittiscono. Tra un messaggio e l’altro a tema “professionale”, ne cominciano ad arrivare altri personali. Lì, tra una battutina e l’altra, le parole aumentano e lasciano spazio a un rapporto più “personale”.
In questo periodo troviamo più di un gusto, di un modo di fare e di un punto di vista in comune e lei, oltre che essere carina (come già detto), comincia a piacermi anche come persona. Vedo che la cosa sotto questo punto di vista è anche reciproca, a suo dire. Insomma, mentalmente ci prendiamo. Ed è lì che il tutto comincia a incanalarsi su un binario estremamente pericoloso.
Ad un certo punto, dal nulla, preso da uno slancio di immotivato ottimismo dopo tutto questo cercarsi, la invito a uscire per un aperitivo: la risposta è inaspettatamente positiva.
Ci vediamo e passiamo un paio d’ore insieme. Quando ci salutiamo dopo l’aperitivo, mentre ognuno sta per tornare a casa sua, mi fa «stasera sono in centro, tu che fai? Passi? Ci vediamo?». Non me lo faccio ripetere due volte.
E ci vediamo davvero, lei con un’amica, io con un amico, e passiamo la serata a fare altre due chiacchiere che, sommate alle due dell’aperitivo, diventano quattro in un sol giorno.

Dopo quella sera continuiamo a sentirci, passando però da “tutti i giorni” a “tutto il giorno”. Il vedersi invece rimane sporadico anche perché, lavorando fuori regione, lei durante la settimana non si trovava mai in zona, visto che tornava a casa nei weekend con cadenza settimanale o quindicinale. 

I contatti comunque proseguono, sempre di più. Da mattina a sera è un continuo di messaggi (decine, o meglio centinaia, al giorno), chiamate (durata media minima 1:30 ore), «buongiorno», «vado a ninna, buonanotte», bacetti-cuori-amenitàvarie e persino qualche «mi manchi» quando i contatti erano meno intensi del solito.

Puffo Brontolone
Io in una foto di repertorio mentre sono intollerante come al mio solito alle cose senza logica e senza capo né coda.

Il tutto viene infarcito da quelle situazioni in cui hai la telecronaca minuto per minuto di ogni quotidianità (che normalmente «io ooodio», da buon puffo Brontolone quale sono) su cosa stia mangiando (con foto), su stati d’animo, incazzature, ansie e sfoghi (senza foto), su dove è (con foto), su cosa sta facendo (con foto), su cosa le succede (con foto). Vengo persino informato dei ritardi delle amiche in occasione di uscite o ritrovi, del suo primo mare stagionale con tanto di foto del segno dell’orologio, fatto di grandissima importanza di cui mi informa subito, dicendo quanto sia stata stupida a non toglierselo. Il tutto viene anche contornato da audio Whatsapp come se piovesse e altre cazzatelle del genere. Roba che, va beh, nell’ordinario è proprio evitabilissima, a meno che uno non voglia proprio trovare una scusa per sentire una persona e rompergli le scatole, abbattendo ogni più logico limite che si può dare alla normale confidenza verso un semi-sconosciuto.

Tra queste chiacchiere, prima con qualche battutina (ricambiata) e poi un paio di volte in maniera un po’ più diretta, le faccio capire che un certo interesse mi stava nascendo. Lei non prende le distanze e non ferma nulla, anzi continua e asseconda rispondendo con altre battutine. Si gioca, ma il qualcosa in comune “di estremamente pericoloso” che nominavo prima comincia a trasformarsi in qualcos’altro. Comincia a entrarmi in testa, comincio a pensarla e comincio a capire che, insomma, dentro l’orso bruno che sono di solito, sta nascendo un germoglio di qualcosa.

Parliamoci chiaro: quando questo tipo di “rapporti” sbocciano tra un ragazzo e una ragazza che prima non si conoscevano, che non hanno un pregresso chiaro e consolidato magari da anni di amicizia e si cominciano a punzecchiare a vicenda, per natura, non mi pare ci siano tante alternative: non credo che questa morbosità possa venire fuori al fine di organizzare un torneo di scacchi o una mostra di modellismo ferroviario statico, almeno a parere mio.

In tutto questo cercarsi continuo e reciproco che ne segue, succede che sia lei a chiedermi quando ci rivedrà, essendo passato qualche giorno da quell’aperitivo e quella serata in centro. Io capisco la frase, ma faccio il finto tonto per avere una versione più chiara della stessa, anche perché il tutto è molto acerbo e, dopo le numerose mazzate sulle gengive avute negli ultimi anni su questo terreno, non vorrei capire fischi per fiaschi finendo col prenderne un’altra, di mazzata, alimentando aspettative sbagliate. Le rispondo quindi che l’incontro col restro della truppa del gruppo di lavoro sarà da lì a qualche giorno e che ci si vedrà sicuramente in quell’occasione. Lei risponde che non devo fare lo stupido e che voleva sapere quando ci saremmo rivisti noi.

Allora intendeva proprio quello. Noi. Noi due. LEI ED IO. 

Ho capito bene? Mi sale un hype clamoroso e mi dico «oh, ma stai a vedere che una volta tanto ho beccato una meno citrulla del solito».
Ci vado secco: «anche stasera, se vuoi». Così, scambiandoci qualche messaggio, ci accordiamo nel vederci in un locale vicino a casa sua, dandoci un orario.
Non avevo realizzato mica tanto bene cosa stesse succedendo, anche perché stranamente stavolta ero la parte passiva di questa situazione, resta il fatto che io mezz’ora prima ero già lì. Sono fatto così.

Arrivo in largo anticipo. Prendo un caffè e aspetto. Arriva l’ora X. Lei però non si vede e non si fa sentire.
Passa l’ora X e lei continua a non dare segni di vita.
Un quarto d’ora.
Mezz’ora.
Un’ora.
Niente.

Pensiero a voce alta: E mò che faccio? Vado via? La chiamo? Non la chiamo? E se poi pensa che sono un rompipalle che la càzzia per il ritardo? Così, la prima volta, già faccio la figura di essere un dito al culo? No, dai, non la disturbo, arriverà, abbi pazienza, ti pare che non viene dato che ha invitato lei?

Dopo un’ora e tre quarti di attesa inutile, rabbuiato, prendo e me ne vado con la coda in mezzo alle gambe. Mentre percorro la strada verso casa casa, venti minuti di superstrada, mi suona il telefono. E’ un messaggio. «Arrivo».
Tra qualche bestemmia a denti stretti, perché ormai ero praticamente rincasato, le rispondo dicendo che io me ne ero appena andato chiudendo la conversazione lì. Mi risponde che le si è fatto tardi e che sarà per la prossima.

La mattina successiva ci risentiamo. Tra una chiacchiera e l’altra faccio presente che ci sono rimasto un po’ male a rimanere lì senza nemmeno essere avvisato del ritardo in quella maniera così, un po’ superficiale, dopo che era stata lei a cercarmi in quell’occasione. Arrivano delle scuse.
Nei giorni successivi lei ritorna al suo lavoro fuori regione, ma continuiamo a sentirci. Tra una chiacchiera e l’altra ci mettiamo d’accordo per rivederci, anche qui su prima scintilla sua: stesso posto e (più o meno) stessa ora della settimana precedente. Lei ha una cena di laurea di un’amica, quindi potrebbe avere orari un po’ dilatati e mi dà una finestra di un’ora: 23:00-0:00. Non è un problema. Sarò elastico, d’altronde mi andava di vederci.

Anche quella sera però lei abusa dell’elasticità che le avevo idealmente concesso e alle 1:00 circa si ripete la situazione della volta prima.
Stesso film: dopo quasi due ore di attesa inutile, prendo e me ne vado.
Prima di farlo però provo a chiamare, ma niente da fare, telefono irraggiungibile.
Come una sala proiezioni che ha in palinsesto lo stesso film del venerdì precedente e di cui tutti già sanno il finale, in una strana sensazione di deja-vù, riprendo la strada di casa.
Stavolta però sono decisamente meno calmo della volta precedente. Anzi, sono proprio incazzato.
Nemmeno mi vedesse, anche stavolta dopo 15 minuti dalla mia partenza suona il telefono. Messaggio. «Parto ora, arrivo!».

Pensiero a voce alta: E’ surreale sta cosa… E’ lo stesso identico modo di fare dell’altra volta. Deve proprio viaggiare su un altro fuso orario rispetto al mio per avere sempre 2 ore fisse di ritardo e scrivermi che sta arrivando sempre nello stesso identico momento…

A quel punto non taglio corto, ma esprimo il mio disappunto, perché a me sta bene tutto, ma farmi prendere in giro no.
Sono una bestia.

Mando di risposta un messaggio audio mentre sto guidando sempre lungo quei venti minuti di superstrada che mi separano da casa, minuti e chilometri che mi sobbarco di nuovo inutilmente.
Le faccio presente che non costerebbe costa molta fatica né molto tempo avvisare con un messaggio di un ritardo o di un’impossibilità a venire.
Questa mancanza di premura stona proprio se viene manifestata da chi ha già ampiamente dimostrato che dietro a un cellulare ci vive e a quanto pare ci costruisce pure le basi dei suoi rapporti, visto che in quelle settimane precedenti mi aveva letteralmente sommerso di messaggi (nel totale dei 2 mesi scarsi in cui ci siamo sentiti ce ne sono stati quasi 11mila, UNDICIMILA!, fanno 200 al giorno. Tolta le 8 ore di notte sono di media uno ogni 4 minuti, vedete voi…), inoltre aggiungo che il modo di fare, così, approssimativo per non dire di peggio, mi sta andando proprio sui coglioni.
Sarò io quello “strano”, ma credo che tra persone ragionevoli non sia normale darsi “appuntamenti” (virgoletto perché mi verrà detto in seguito che non dovevo considerarli così) se non si ha poi la certezza di poterli attendere. Aggiungo che è la seconda volta che mi rivolge questo atteggiamento squallido e superficiale, manco fossi alle sue dipendenze e ai suoi comodi come un cagnolino. Se una persona si deve comportare così, basta comportarsi di conseguenza. Non farsi sentire, non dare considerazione e sgonfiare il tutto. Avrei preferito mille volte un “ma che vuoi? ma non mi rompere i coglioni e non darmi noia, merda” detto subito, piuttosto che essere trattato da deficiente. Soprattutto poi non ci si può muovere in questa dicotomia in cui vengo sommerso di contatti da mattina a sera e poi di persona sembro evitato manco fossi un rompipalle sgradito, addirittura non presentandosi alle occasioni di incontro da lei stessa organizzate? Ma che modo di merda è?

Dopo il mio mesaggio anche lei alza un po’ i toni dicendo che non devo esagerare e che non aveva capito che stavo venendo lì appositamente per lei (WTF?!?). Dopo diverse incomprensioni, un po’ la situazione rientra, anche qui con numerose scuse e scusanti, tipo che il telefono non le prendeva nel luogo in cui si trovava e che per questo non aveva ricevuto la chiamata e non poteva contattarmi per avvisare.

Nei giorni successivi, dopo questo mezzo chiarimento, la giostra riparte. I contatti proseguono, continuamente, come sempre più da parte sua che da parte mia e sempre con il resoconto dettagliato della sua quotidianità di mezzo. Durante un weekend in una capitale estera con un’amica, oltre alla solita telecronaca (“ci stiamo perdendo nella metro”, “ho mangiato una roba piccantissima” e altri dettagli inutili del genere), passa pure diverso tempo con me al telefono, chiamandomi. Mi sciolgo di nuovo, come se avessi dimenticato l’incazzatura di pochi giorni prima (sono stupido, lo so). Più che essere stupido, la realtà è che iniziavo a rendermi conto di essermi invaghito davvero (ebbene sì, l’ho detto), in quella fase in cui dopo un po’ si perdona (quasi) tutto.

A quel punto, al ritorno, cerco di strappare un paio di uscite nonostante i pregressi a dir poco disastrosi e nonostante il mese in apnea in cui mi trovavo, districandomi tra i mille impegni che avevo e per i quali non c’ero praticamente mai.
Le uscite che vanno (inaspettatamente, visti i pregressi) in porto. Ci si vede per un caffè lungo un intero pomeriggio e un’altra volta una decina di giorni a cena fuori insieme. Finalmente riusciamo a vederci in un paio di occasioni.
Il telefono continua a suonare e nelle serate passate con il gruppo di lavoro è quasi sempre appiccicata a me.
Arriva poi il giorno in cui il progetto che stavamo portando avanti volge al termine. Cerco di capire se, venendo a mancare il principale motivo per il quale ci eravamo conosciuti e avevamo le principali occasioni di vederci, dopo ci si vedrà e ci si sentirà ancora, parecchio confuso dai suoi atteggiamenti altalenanti, o se invece tutto morirà così e si chiuderà quella che verrà archiviata come una parentesi.
Con una battuta mi dice di sì, che non vorrebbe perdersi di vista e che per il dopo «qualcosa bisognerà inventarsi».

A conferma di ciò, continuiamo a sentirci come e quanto prima. A tratti forse anche più. Passano i giorni finché una pomeriggio durante la settimana la invito a uscire, con fare un po’ più deciso delle altre volte. Le chiedo di vedersi la sera stessa per prendersi qualcosa da bere in riva al lago. Purtroppo però il mio invito viene declinato avendo lei già fissato in agenda una cena da amiche. Di rimbalzo mi chiede se nei giorni immediatamente successivi vogliamo vederci una sera in centro. Niente di meglio. Ci accordiamo per uscire sabato sera, dato che nei giorni precedenti, tra cene e impegni suoi e miei, non c’era nessuna serata congeniale ad entrambi. In quei giorni continuiamo a sentirci. Tutti i giorni. Tutto il giorno. Come al solito.

Il pomeriggio del sabato, quando le chiedo lumi su come organizzarci per la serata, scopro che invece il tutto salterà con la seguente motivazione: «io stasera sono in centro, ma sono a cena con un “amico”».
Lì per lì ci rimango un po’ così, non credo di aver capito bene. Replico che allora stando le cose in questa maniera salterà tutto e non le romperò le scatole. Lei risponde che le scatole è probabile che sarà lei a romperle a me. Io non capisco il riferimento.
Mi spiega, e la toppa è peggio del buco. Mi dice che questo tizio con la quale sarebbe uscita era è un ragazzo che frequentava da “giovane” (come se fosse vecchia ora, a nemmeno 30 anni) che dopo diversi anni di distanza, essendo ritornato in zona, le aveva proposto di vedersi e uscire insieme.
Aggiunge però che, visto che non lo conosce bene (ma come non lo conosce? non ha detto 10 secondi prima che un tempo si frequentavano?) e per la sua avversione e diffidenza negli uomini, non sa che serata ne verrà fuori, chiudendo la frase con un «semmai dopo ti chiamo».
Già con una mezza morte nel cuore per l’inaspettata notizia di quella che di fatto è un’uscita a due dopo che tutto sembrava puntare in altra direzione nei giorni precedenti, rimango interdetto.

Sto zitto per un po’, ma mi continua a rimbalzare in testa la frase «semmai dopo ti chiamo». Ma… ma che vuol dire? Ma l’ho sentita davvero?

Io trasecolo.
Le rispondo stupefatto che questo trattamento da maggiordomo che dovrebbe correre solo “semmai” servisse, come se dovesse andarla a “salvare” da una serata solo se questa dovesse volgere in maniera sgradita, mi fa imbestialire.
Le dico che ho faticato come una bestia per organizzare una mezza uscita aspettando settimane tra sòle e comportamenti del cazzo e adesso me la vedo anche saltare per via di uno comparso così, dal nulla? Ma che davvero? Per me, dopo aver accumulato diversi comportamenti insensati e contrastanti, può pure bastare così. Parliamo lingue diverse, evidentemente troppo diverse, e non ci vedremo e sentiremo né quella sera, né in futuro. Le auguro di starmi bene, di passare una buona serata e avere un buon proseguimento di vita. Con nemmeno troppo stupore, anticipando le parole che in realtà non ho ancora detto, come solo chi già sà tutto può fare, mi risponde con: «Richi scusa? Ti considero un amico, c’è qualcosa che devi dirmi!?»

Pensiero a voce alta: Dai ma è una volpona. Ha voluto fare la furbetta. se non è così, che la stupida la sta facendo, vuol dire che lo è veramente ed a livelli incredibili. – penso tra me e me – Devono avere proprio uno strano modo di intendere gli “amici”, queste ragazzine anni ’90. Mi conosce (poco) da un mese e mezzo, ci sentiamo da mattina a sera al telefono anche con qualche dolcezza e smanceria nel frattempo e ci siamo visti 2 volte scarse… Sarà che siamo amici, ma a me non pare, anche perché non è che ha avuto un comportamento chiaro sotto quel punto di vista finora, anzi. Per noi “vecchi” degli anni ’80 queste cose non dico che siano veri e propri corteggiamenti, ma almeno frequentazioni o avvio delle stesse. Non sono di certo amicizie, che sono ben altra roba e vanno incanalate DA SUBITO su altri binari rispetto a quelli tenuti…

Mi cadono letteralmente le palle a terra in un tonfo avvertibile a diversi chilometri di distanza. Leggo questi messaggi usando la carognata infantile di farlo attraverso le notifiche del telefono senza aprirli, per non farli risultare letti e non dover rispondere in tempi brevi in preda ai nervi, tanto mi giravano i coglioni.
Quindi non rispondo. Lei dopo qualche ora da quei messaggi non letti e non risposti, mi manda un audio in cui dice se sia il caso di vederci di persona e parlare.

A quel punto me la gioco tutta: non la chiamo perché è l’ora di cena e non sia mai che poi diventi anche reo di averle rovinato l’uscita “romantica”, e poi perché a voce forse avrei tenuto meno a freno l’impeto. Le scrivo e le dico come la vedo io, un messaggio al vetriolo riassumibile in questi punti:

  • Gli amici sono altri, quelli con i quali hai costruito qualcosa insieme nel corso degli anni e coi quali esci, parli e vivi, non quelli che conosci da 1 mese.
  • Tra di noi non c’è un’amicizia, c’è al massimo l’inizio di un rapporto in fase embrionale e ancora assolutamente indefinito, dove però va considerato che tra un ragazzo e una ragazza che iniziano a sentirsi non è il diventare amichetti la prima cosa che passa per la testa.
  • Parlo chiaro: le dico che per come sono andate le cose, per la mole di parole, mi sono affezionato oltre il dovuto, che ho maturato un interesse. Che lo sapeva dato che glielo avevo detto, senza bisogno di fingere di cadere dalla nuvole. Siamo grandicelli da sapere come funziona il mondo, anche perché se non l’avesse ancora capito non so più come spiegarglielo. Più in là c’è il famoso disegnino (cit.).
  • Aggiungo che tutta questo attaccamento non era normale. Non lo fanno gli amici, lo fanno quelli che stanno facendo gli imbecilli a vicenda. Se così non è vuol dire che qualcosa nel suo modo di rapportarsi è andato storto. Si comporta così con tutti? Con quante altre persone tiene questo atteggiamento morboso? Perché se così fosse sarebbe tutto spiegabile, ma sarebbe un grave problema per lei.
  • Scuse varie in cui dico che ero io evidentemente a non averci capito un cazzo non solo su di lei, ma proprio della vita in generale.

Lei legge il messaggio a tarda notte e poco dopo mi risponde ripetendo l’invito a vederci di persona e non attraverso lo schermo di un telefono (sì, l’ha detto davvero).

Il giorno dopo leggo la sua risposta e le dico che mi sta bene organizzare quest’incontro, anche se di cose da dire, io, ne ho davvero rimaste ben poche. Le lascio anche la scelta di giorno e del luogo. Lei sottolinea quanto ci tenga a me, quanto le dispiacerebbe se ci dovessimo perdere, quanto non voglia rinunciare “quanto costruito”… (continua)

Vaso di Rubin

Pensiero a voce alta: Ma che cosa è esattamente questo “tanto che abbiamo costruito” che più di una volta mi ha nominato? Si riferisce a quella serie di contatti esclusivamente telefonici manco fossimo gli amichetti di chat? Cosa abbiamo condiviso lei ed io aldilà di un caffè, una cena e un’enciclopedia di messaggi? Quale vissuto abbiamo? Ma come fa a dire che siamo “amici” e che dobbiamo chiarirci di persona e non attraverso lo schermo di un telefono? Con quale credibilità dice questa cosa, dato che ci siamo parlati attraverso un cellulare per il 99,99% del tempo soprattutto per volonta sua, avendo lei evitato la quasi totalità delle occasioni “reale”? (i famosi 11mila messaggi, contro 1 caffè e 1 cena ottenuti dopo settimane di insistenza e agonia)
Questo “costruito”, questo rapporto, pare il Vaso di Rubin. Puoi vederci un vaso, puoi vederci due volti, o puoi vederci entrambi. Nei rapporti tra persone però non è così: in genere o è l’uno o è l’altro, o siete amici o siete qualcos’altro.

Se in questo torbido che è stato creato uno ci vede una cosa e uno ne vede un’altra è un esempio evidente di communication breakdown, vuol dire non capirsi più o non averci mai capito niente.

(prosegue)…e dice che se non ci dovessimo più parlare, o non dovessimo salutarci per strada, la cosa non le andrebbe giù.

Segue breve (ma accesa) discussione in cui il rumore predominante è quello delle mani che grattano sugli specchi. Lei svicola un po’ e si contraddice numerose volte. In primo luogo si comporta come una che “non aveva capito” il mio interesse e che cade dalle nuvole ad averlo saputo, anche se lì per lì la reazione di stupore era stata meno credibile della trama di un film porno; subito dopo mi segue nel discorso in cui cercavo spiegazioni alla sua assiduità nei miei confronti e sottolinea che effettivamente si era resa conto che ci sentivamo troppo e in maniera troppo morbosa e tutto ciò non era normale (e allora perché non si è fermata se vedeva che le cose andavano troppo oltre, ma anzi gettava benzina sul fuoco?); per ultimo sostiene che se più di due volte non ci eravamo visti era perché “di più non voleva”, cosa che cozza decisamente con il non essersi accorti di niente di cui parlava all’inizio e soprattutto con la logorrea testuale telefonica che aveva instaurato.

La stordita quindi sapeva a quale gioco stavamo giocando, altro che fraintendimento, altro che “amico”. Ci ha giocato finché la cosa gli stava bene o non gli è sfuggita di mano. Segno tutto e me lo porto in mente per la discussione di persona, ma prima continuo a stuzzicarla un po’ sul tema. Lei aggiunge che sostanzialmente da parte sua non c’era alcun interesse per me, altrimenti lo avrebbe manifestato accettando inviti o creando occasioni per vedersi (che è quel che ha fatto anche se poi ha dato sòla. A ben vedere è un’altra contraddizione bella e buona).
A questo punto la provoco: dico che con queste carte in tavola mi sta bene così, che è più che evidente che non ci eravamo capiti e quindi possiamo allontanarci perché è naturale che sia così a questo punto, è chiaro che tra di noi si è innescato un rapporto malato in cui ci stiamo vedendo e sentendo su due piani differenti e che l’unica soluzione logica è tagliare ponti. D’altronde funziona così, no? E’ naturale e ci starebbe tutto. Mica è il primo “no” che mi becco in vita mia.
Mi dice che non vuole, non vuole smettere di avermi vicino. Rinomina ancora il “costruito” e termina dicendo che in settimana ci aggiorneremo, ripetendo che non aveva assolutamente voglia di parlare al telefono di questa situazione vista l’importanza dei temi che stavamo affrontando, invito a cui anche io mi accodo.

E’ nella confusione più totale. Dice tutto e il contrario di tutto. Rimaniamo con questo incontro in sospeso, che aspetto con ansia, perché a me le questioni che fluttuano a mezz’aria danno fastidio e con le persone piace parlare faccia a faccia, non dietro un telefono. Sono cresciuto negli anni ’90, nell’epoca dei rapporti creati e vissuti di persona, non in quella che solo 10 anni dopo ha visto gli 11enni col telefonino. Io suonavo a casa per invitare gli amichetti a uscire e giocare a pallone, non gli mandavo un sms per giocare online con la PS4.

Passano giorni di silenzio assoluto. Nella settimana successiva, quella in cui dovevamo parlare, lei sparisce nel nulla. Evapora.
Non si fa sentire per niente, muta come un pesce in totale antitesi con le settimane precedenti in cui mi annegava di contatti. L’invito a parlare (che lei doveva procacciare) non arriva. Addirittura il venerdì sera ci incrociamo passeggiando in centro ognuno col suo gruppetto di amici/che e non mi saluta. Forse non mi ha visto, ma non sono sicuro, fatto sta che quando si va in giro sarebbe opportuno alzare la testa e guardare dove si va. Magari le possibilità di vedere gente aumenterebbero.

Arriva di nuovo domenica. La settimana in cui desiderava parlarmi a quattr’occhi urgentemente, vista l’importanza della discussione, è terminata.
Io sono sdraiato sul prato dell’ippodromo del Visarno a Firenze in fremente attesa per il concerto dei Cure per cui avevo comprato il biglietto 9 mesi prima. Fa caldo, sono 30°C abbondanti nel tardo pomeriggio e suonano gli Editors con la loro “A ton of love”. Estraggo il telefono dalla tasca e mi viene l’idea di chiamare per dare un colpo di grazia definitivo alla situazione. Poi realizzo che da lì a poco lei avrebbe avuto un impegno importante di cui sapevo da tempo e in quel momento non potevo chiamare. Desisto. Comincio però a scrivere quel che penso: le mando un messaggio. Un’altra filippica (un “pippone” direbbe qualcuno), ma dai toni molto diversi dalla precedente:

  • Le faccio i complimenti per per le palle dimostrate in questa chiacchierata a voce che ha prima chiesto a gran voce e poi “così ben organizzato”. In effetti tutto torna, un po’ sulla falsa riga di quei non-appuntamenti e dei modi in generale, che rimangono sempre a metà strada su un terreno molto interpretabile. Ho proprio percepito la sua voglia di chiarire, oltre che la sua coerenza e linearità.
  • Dire a qualcuno di tenerci è una cosa importante. E se era davvero così, la mezz’ora per parlare l’avrebbe trovata. Le occasioni di vedere una persona, se non càpitano, si creano. Era evidentemente la voglia a mancare.
  • Insulti vari, alimentati da una profonda delusione per la persona, che spaziavano dal più sobrio “opportunista” al più violento “gatta morta”, per finire alla “finta verginella” che si spaccia da perfetta perbenista quando in realtà è una sconclusionata.
  • Metto in risalto le contraddizioni in cui continua a muoversi, le comunico la decisione che, se ha voglia di prendere per il culo qualcuno, può tranquillamente cercare qualcun altro a cui carpire attenzioni e vita. Le dico che dovrebbe imparare a stare al mondo. La invito alla crescita perché quello da lei dimostrato è un comportamento estremamente infantile, oltre che viscido.
  • Altri insulti vari, addio e a mai piu risentirci.

Se non la colpisco nel vivo stavolta, non lo farò più.

Mi aspettavo una risposta a tono, una risposta che potesse dare il colpo di grazia a questa situazione (che non sapevo nemmeno come definire, perché non era un rapporto sentimentale, non era amicizia e non era nemmeno conoscenza, a questo punto) nella quale ci siamo trovati invischiati.

La sua risposta mi spiazza: mi aspettavo violenza e invece c’è remissività. Dice che pensava che fossi io che non le volessi parlare (Ma se le avevo detto di organizzare lei e farmi sapere luogo e ora!), sostenendo che ne era convinta davvero, dicendosi che il pensare troppo non premia e che per questo non l’aveva fatto; continua dicendo che il venerdì non mi aveva visto, altrimenti avrebbe colto l’occasione di parlare (e ci dovevo pure credere, visti i pregressi?); dice che non devo dire cavolate e che lei, col tempo, aveva imparato a volermi bene e che la fregatura di tutta la situazione era questa. Mi augura infine “buon concerto”, come se si fosse segnata a mente i miei appuntamenti, sapendo dove mi trovassi in quel momento benché glielo avessi detto ormai diverso tempo prima e non avesse altre fonti da cui desumerlo.

Il giorno dopo (i concerti sono sacri e non ci si fa il sangue amaro con le discussioni) chiarisco che io. L’occasione di parlare gliela volevo dare, ma non mi pare l’abbia voluta cogliere. Mi risponde che è bene evitare che nascano altri equivoci: chiede di vederci martedì sera. Io, di mio, ho la faccia come il culo e non mi tiro di certo indietro nelle situazioni, anche dopo essermi macchiato di quel messaggio di insulti: accetto.

Martedì sera sono all’ora stabilita nel posto stabilito. Lei è, come al solito, in ritardo. A differenza delle altre volte, però, appena scocca l’ora dell’appuntamento (stavolta sì che lo era) mi scrive: «tardo 5 min, arrivo». Sta a vedere che un po’ ha capito come si sta al mondo.

Dopo poco la vedo arrivare. Io sono seduto sui gradini di un monumento. Ci salutiamo e, dopo le prime frasi di rito, la scena che ne segue è paradossale. Le dico di parlare, di farlo liberamente. Lei dice che devo parlarle io. Ma come? Sono l’unico dei due che ha palesato tutto: ciò che ha visto, ciò che pensa, addirittura ciò che cominciava a provare e ciò che non gli è piaciuto, perché dovrei continuare a parlare io? Cosa altro c’era da aggiungere? Era lei che mi avrebbe dovuto dare almeno qualche spiegazione.

Stiamo due ore insieme in cui io sono l’unica forma di vita senziente e dotata di potere comunicativo. Sono infatuato, sì, ma razionale. Lei invece, pur avendo teoricamente la mente sgombera da ogni freno, non parla.
Tra le non risposte, riprendo la parola io ripartendo dai fondamentali, dato che su altri campi non mi seguiva. Lei si limita a rispondermi solo in alcune occasioni, tipo quando le chiedo se trovasse normale tutto questo attaccamento, tipico al massimo di due fidanzati alle prime armi. Mi risponde di no.
Le chiedo se questo avuto con me fosse un comportamento usuale anche con altre persone. Mi risponde di nuovo di no.
Mi dice che sapeva che tutto questo attaccamento non era normale, che però le veniva naturale nei miei confronti. Le veniva naturale sentirmi in quella maniera assidua e avere quel tipo di contatto con me.
Le dico che, in mancanza di altro, quell’assiduità è una cosa che non può funzionare e deve smettere di esistere. Le rammento inoltre che mi sta facendo questo discorso la stessa persona che, pochi giorni prima, mi aveva detto che se in tutto il periodo non ci eravamo visti più di tanto e non aveva accettato inviti a uscire, era perché lei non voleva “di più” (chissà se dopo questa frase potrà ancora dire di non aver capito quale aria stesse tirando, cadendo dalle nuvole?)

Tutto questo non ha senso. Stando alle sue parole lei vorrebbe tartassarmi al telefono tutto il giorno, ma non vedermi praticamente mai di persona. E poi mi chiama “amico”. Ma che forma di schizofrenia è?

Incalzo: «Allora vorrei capire. Stai tutto il giorno appiccicata al telefono con me e non ci stai nemmeno con la tua migliore amica né con nessun altro… che vorrà dire? Fatti una domanda». Non risponde.

Cambio le carte in tavola. Dato che io sono suo “amico” (così dice), ma al contempo dice pure che ci conosciamo da poco e che quindi non la conosco per nulla e non la posso capire, le chiedo di parlarmi di lei, visto che se le sono così “amico” dovrò pur sapere qualcosa sul suo conto: gusti, pensieri, quali sono i tasti da toccare e quali no, soprattutto dopo che di chiaroscuri ne ho visti già troppi.
Mi risponde che non vuole parlare di lei, che non devo farle troppe domande altrimenti poi si chiude subito a riccio.

Ah, andiamo bene… Prima mi chiede di parlare e poi non ha niente da dire e nemmeno mi risponde a domande semplici. Mi dice che abbiamo “costruito tanto”, poi che non la conosco abbastanza e non posso capirla, ma non vuol dirmi nulla di lei. Ma che stiamo giocando a Cluedo? Andiamo per indizi?

A fine serata, senza che si fosse cavato un ragno dal buco, ci salutiamo. Ognuno per la sua strada verso la propria auto. Quando ci separiamo, dopo i pochi metri percorsi a piedi insieme, mi guarda e mi chiede «ma non mi saluti?»

Io, non ne avevo affatto voglia, mi ero freddato completamente. Quella sera ho capito di aver buttato via settimane, energie, pensieri e carica emotiva per una scatola vuota. Bella quanto si vuole, ma vuota. Giorni a perdere.

Lei mi viene incontro e mi saluta, bacio su guancia destra e sinistra. Io fermo. Mi sa che non ha capito subito che per me era giunto il capolinea. Io, di persone enigmatiche, fumose e contraddittorie, ne ho fin sopra i capelli (che non ho più).
Se non l’aveva capito, glielo ho rispiegato con maggior chiarezza due giorni dopo, quando mi ha ricontattato lei, dicendole che si chiude. Se ci si incontra per strada ci si dirà un civile “ciao”, ma dopodiché ognuno per la sua strada.

Piuttosto che essere popolare e easy come la Punto e trovare l’acquirente, ha voluto per forza tornare ad essere la Ferrari che ho nominato all’inizio. Rossa fiammante e ingestibile, quella che tutti guardano e che alla fine nessuno si accolla, mentre passa i mesi e gli anni nell’autosalone, in attesa che qualche gonzo (forse) se la prenda.

Io mi accontento di persone più semplici, più trasparenti, più vere.
Che poi, alla fine, il dubbio che qualcuno potrebbe avere è: avrebbe avuto senso essere meno netti e continuare a sentirsi e vedersi ancora?

Credo di no. Gli occhi sono inutili quando la mente e il cuore sono ciechi.


P.S. del 25/06/2019

Confidavo nell’intelligenza della persona finché, dopo questi pochi giorni di silenzio, mi ricontatta lei. Ritorna dal nulla (come al solito tramite schermo) con un messaggio chiedendo: «Richi posso sapere che cosa hai?» riferendosi evidentemente al fatto che io sono fondamentalmente morto, sparito.
Al di là della frase che denota una mancata comprensione sin dalle basi di una situazione palese, chiara, già spiegata e già discussa, ed una assoluta indelicatezza e incapacità nel trattare i rapporti personali, devo dire che qui è evidente anche una grossa lacuna nell’uso della lingua italiana e dei concetti che si possono esprimere attraverso la stessa.
E’ chiaro che la pupa non ha proprio inteso come funzionano le persone, almeno quelle di un certo tipo. Non ha capito cosa significa quando una persona dice “ti saluto, che mi allontano”. Non ha ben chiaro che non tutti sono cagnolini con la bava alla bocca a cui basta tirare il guinzaglio per far sì che tornino vicino scodinzolando.

Le riaffermo ancora una volta la mia volontà di tagliare ponti ed evitare di proseguire rapporti malati. Lei replica ancora con quel suo «Te l’ho detto cosa vorrei. Continuare più leggermente sulla scia di quel poco che abbiamo “costruito”».

Pensiero a voce alta: Ancora sto costruito che ritorna per l’ennesima volta. Ma Cristo, non se ne può più!!
Si può sapere che cazzo è sto “coso” che vuole proseguire? E’ forse il voler passare altri mesi a mandarsi un trilione di messaggini e magari farlo senza mai vedersi, mai frequentarsi, mai uscire, perché “ci siamo visti due volte, di più non volevo?”
Ma stiamo scherzando? Vuole il confidente telefonico, il chat-mate? Credo che qui a forza di nominare la “leggerezza” siamo al punto che per tale stiamo confondendo quella che in realtà è una superficialità clamorosa. Io, come direbbe Kundera, sono pesante e quindi mi piacciono i rapporti pesanti, autentici, su cui puoi basare fiducia e dei quali non devi dubitare. I rapporti “leggeri” di quelli che ci sono oggi e domani chissà, li lascio via. Il consumismo relazionale del “ti vivo oggi e se domani non ci sarai più non mi importa” non fa per me.
Possibile che lei non capisca che dietro ai propri comportamenti, ai propri atteggiamenti inusitati per quantità e pesantezza (altro che leggerezza), ai propri contatti asfissianti ed esagerati, se non c’è dell’altro è bene stroncare tutto? Ma che vuole che qui si continuino i contatti con l’assiduità che si potrebbe avere con un fidanzato, senza però esserlo? Vuole che le stia davvero a reggere il moccolo? E quello che “vorrebbe” lei cosa conta a questo punto? Conterebbe se ci fosse stata chiarezza da parte sua, ma non così, non dopo quella farsa di incontro che ha preteso e in cui è emerso che l’apertura e la serietà è stata solo da una parte, mentre l’ambiguità, la volatilità e l’inaffidabilità solo dall’altra. Moralmente sono in credito io.
A parte questo, non capisce che se lei vuole qualcosa non può pretenderlo se di mezzo c’è un’altra persona che ha la sua testa, il suo pensiero e il suo modo di vedere le cose? E se con questa persona ha pure chiesto il confronto che poi in realtà non c’è stato, dal momento che si è chiusa nel suo silenzio sulla questione restando abbarbicata sull’alone di mistero, di che cazzo stiamo parlando?

Glielo ridico: non voglio avere contatti così assidui con gente che, per sua stessa ammissione, non vuole essere niente per me. Fare l’amichetto virtuale e telefonico anche no, grazie.

Mi risponde che io allora non ho capito nulla di quello che mi sta dicendo e che «evidentemente tra di noi c’è incomunicabilità».

Devo dire che questa è una delle poche cose sensate uscite dalla sua testa nell’ultimo periodo, ma la sostiene prendendo la questione (paradossalmente) per il manico invece che ritrovarsela puntata contro, quasi volesse darsi ragione. In realtà è proprio lei la parte deficitaria in termini di comunicazione: l’incomunicabilità in questione è quella che c’è tra una persona che ha detto tutto quel che poteva, voleva, pensava e provava e un’altra che invece è rimasta abbottonata, trincerandosi dietro le sue contraddizioni, che ha svicolato e non ha risposto, che ha detto di non voler parlare di sé e di ciò che pensa.

Dopo quei due messaggi, le palle, già da tempo cadute a terra (il famoso tonfo sonoro di cui sopra), vanno sotto terra. Se camminassi potrei arare un campo.
Basta. Che si faccia una vita. Che si faccia degli amici veri. Che si trovi un ragazzo, non surrogati dello stesso. Se ha carenze di affetto o ha bisogno di botte di autostima con qualcuno che la consideri e l’apprezzi, che le colmi, ma non con me. Io scappo a gambe levate da questa sciagura ideologica.

Quello che poteva essere un semplice fraintendimento e come tale poteva essere superato con quattro parole di persona e un abbraccio, ha in realtà rivelato una persona dalla natura torbida, poco schietta e poco incline ad emanare chiarezza e buone sensazioni. Tutto ciò che di buono era stato nei mesi precedenti è collassato sotto il peso di una immaturità e una superficialità eclatante.
Non penso di meritarmi trattamenti del genere. Non penso di essere una persona scorretta o con più facce. Non penso di essere nemmeno uno così difficile da capire, anche perché quasi sempre esterno chiaramente quello che penso.
Credo di essere una persona con cui si può ragionare e proprio per questo ho una regola fondamentale: se mi prendi per il culo (o tenti di farlo), oppure mi tieni vicino per comodo e mi tratti come uno scemo, io non solo me ne accorgo, ma mi incazzo pure come una bestia.
Quando questo succede, nei complessi meccanismi di una persona che evidentemente pensa solo a incrementare il suo “harem” di conoscenze asettiche da tenere buone perché “non si sa mai”, non sarò mai un ingranaggio del suo meccanismo perverso, ma mi diverto a diventare il sassolino, la pietrina che tra gli ingranaggi ci si insinua fino a farli saltare uno dietro l’altro, a cascata; il numero sbagliato di un’equazione che poi non fa tornare più i conti di chi pensa di dettare le regole di un gioco sadico; la pecora nera che stona nel mezzo del bianco gregge e che deturpa la fotografia.

Insomma: più gli stronzi mi tirano il guinzaglio pensando di avvicinarmi, più mi allontano. E più insistono nell’essere stronzi, tanto più il mio allontanarmi è inappellabile.

Bisogna allontanarsi dalle persone così. Vaghe, indefinite, che vivono sul filo dell’ambiguità e dell’equivoco.
Persone che non sanno avere slanci, che dicono di essere appassionate, dolci, romantiche, ma che poi nei fatti non sanno volare, non sanno gettarsi, anche col rischio di farsi male forse, ma non fanno quello che alla fine è il bello del vivere: provare, osare, mettersi in gioco.

Stanno lì, nel loro recinto senza uscire, senza sporgersi nemmeno un po’.
Vivono in quella che io chiamo la democristianità emotiva, in mezzo a quegli estremismi che scansano non pensando che, qualche volta, sono pure quelli che rendono la vita degna di essere vissuta. Non vivono mai le cose fino in fondo, si fermano prima.
Talmente equidistanti da tutto che non sanno provare niente. Né in positivo né in negativo. Non vogliono bene, non detestano, non ti coccolano e non ti aggrediscono. Ti tengono vivo col minimo sindacale.
I democristiani emotivi vivono senza emozione o, meglio, sopravvivono.
Vivacchiano accompagnati da un’emozione viscida che non è niente e in cui l’asticella si sposta di pochi millimetri sopra o sotto lo zero della neutralità e l’apatia.
Non vanno mai oltre: non avvicinano e non allontanano: ti lasciano lì, in un insieme indefinito di persone in mezzo al nulla come fossi un numero, una pedina di un grande scacchiere dove il tuo peso e la tua presenza è ininfluente.
Gente che non sa avere coraggio di buttarsi perché non sa nemmeno cosa fare di sé, non sa come vedere e rispettare gli altri e come rispettare sé stessi, perché sono sempre in continua fuga anche da sé stessi, sperando che arrivi qualcuno a cambiargli la vita senza però essere mai loro i primi a darsi una scossa per cambiarla.
Gente che non sa parlare chiaro, che non sa cogliere i momenti (nel bene e nel male) e che preferisce sopravvivere nel mezzo di un mediocre e insipido qualunquismo che non scomoda nessuno.

Sono non-morti. Camminano, parlano, ma non hanno un’idea, non hanno un’opinione o un valore. Sono inconsistenti.

Aveva già previsto tutto (come sempre) il maestro Guccini:

Autore dell'articolo: Riccardo

Classe 1985, perugino, appassionato di un numero imprecisato di cose: dall'informatica alla letteratura; dalla musica, sia ascoltata che suonata (male), al cinema, dalla cultura locale, al teatro, alla politica. Impiegato di giorno, webdesigner e grafico di notte, nel 2008 partorisce quella che tutt'ora - forse - è la sua idea migliore (il che è tutto dire), ovvero Wikidonca, il primo dizionario dialettale online d'Italia. Attore teatrale amatoriale (cane maledetto!), ha scritto diverse sceneggiature che sono state però poi lette solo da lui. È collaboratore e co-autore del "Corzo di Perugino", spettacolo semiserio di lingua e cultura locale ideato da Diego Mencaroni che dal 2008 ha conteggiato centinaia di date nella provincia di Perugia. Appassionato di birre e vini, pensava di avere un problema con l'alcol, finché non si è reso conto che in realtà è l'alcol ad avere grossi problemi con lui. Vanta (con chi?) diverse comparsate su quotidiani, radio locali e nazionali, per fortuna livellate dalla sporadicità di quelle televisive. Dicono di lui: "Scontroso e irascibile spadaccino dal lunghissimo naso, scrittore in bolletta dall'irresistibile vitalità. Leggendaria la sua abilità con la spada, almeno quanto la sua passione per la poesia e per i giochi di parole, con i quali ama mettere in ridicolo i suoi nemici, sempre più numerosi grazie al suo carattere poco incline al compromesso e al suo disprezzo verso potenti e prepotenti..." ah, no scusate, questo era Cyrano di Rostand.